TACALASPINA 2018 sarà a Besozzo

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Perché Tacalaspina quest’anno non si farà a Travedona, ma a Besozzo

L’anno che sta per concludersi è stato molto intenso per l CARE, pur caratterizzato da alti e bassi. Da una parte, non si è potuto organizzare “Tacalaspina” music street festival, che da tanti anni costituiva l’appuntamento clou dell’anno e il principale introito per le nostre attività di volontariato sul territorio.

Dall‘altra, abbiamo avuto il piacere di essere iscritti all’Albo provinciale delle associazioni e di ottenere due importanti finanziamenti: dalla Fondazione “La Sorgente” e dalla Fondazione Comunitaria del Varesotto.

Il primo ci ha permesso di finanziare al 75% un importante progetto perle scuole del territorio su violenza alle donne, cyber bullismo e corruzione, dal titolo “La libertà nelle regole”.

ll secondo ci permetterà di mettere in scena uno spettacolo teatrale inedito su “Lettera a una professoressa” di don Lorenzo Milani, il nostro maestro e ispiratore.

Per quanto riguarda “Tacalaspina” sono cambiate tante cose. Anzitutto il rapporto con l’amministrazione comunale di Travedona Monate che, rispondendo negativamente alle nostre richieste (tra cui: la concessione di uno spazio per Ia nostra associazione; un aiuto concreto, di mezzi e uomini, nella gestione di viabilità e parcheggi durante l’evento, ecc…), o meglio non rispondendo affatto, ha creato tutti i presupposti affinché la manifestazione nel 2017 non potesse aver luogo.

Infine, a complicare ulteriormente la situazione, è intervenuta una circolare del Ministero dell’interno che pone nuove, e severe, norme in materia di sicurezza nell’organizzazione di eventi pubblici. Norme che un’associazione come la nostra, da sola, non può sostenere e che necessitano di una contributo concreto da parte del Comune. Su questo tema abbiamo avuto un incontro con l’amministrazione comunale di Travedona Monate che ci ha ribadito la sua volontà a concedere il via libera allo svolgimento degli eventi pubblici solo quando le necessarie misure di safety e security previste dal decreto vengano attuate dalla associazioni stesse. Noi di l CARE, lo abbiamo già ribadito più volte, non siamo in grado di gestire da soli la sicurezza e la viabilità di Tacalaspina. Per un evento del genere (che richiama parecchie migliaia di persone) abbiamo bisogno che il Comune stesso si faccia carico di queste problematiche.

In molti ci hanno contattato

Nel corso del 2017, dopo che I CARE aveva comunicato che Tacalaspina non si sarebbe potuto organizzare, abbiamo ricevuto la solidarietà e il sostegno di moltissime persone e associazioni. Non ci aspettavamo certo una tale mobilitazione a favore di Tacalaspina. Anche alcuni Comuni si sono subito fatti avanti per poter ospitare a casa loro il nostro music street festival, pronti ad “acquistare“ il “pacchetto completo“. Questo interesse ha dimostrato ancora una volta, casomai ce ne fosse bisogno, il valore e la qualità di Tacalaspina, un evento di eccellenza, che molti paesi ci invidiano. Un affetto tale, non lo nascondiamo, ci ha lusingato, premiando una manifestazione che abbiamo costruito poco a poco, con fatica, nel corso degli anni.

In particolare il Comune di Besozzo ci ha subito interpellato per ospitare sul suo territorio Tacalaspina, venendo incontro alle nostre richieste (che il Comune di Travedona aveva respinto) e distinguendosi subito per spirito collaborativo. L’Amministrazione comunale besozzese si è infatti attivata: ci ha messo a disposizione un piccolo spazio che funge da deposito per il materiale tecnico, ha dato disponibilità ad ospitare le riunioni organizzative e soprattutto si è incaricata di gestire Tacalaspina a livello logistico, con impegno di suo personale per viabilità e sicurezza, cominciando a Iavorare all’interno dell’ente per soddisfare le richieste che le nuove norme impongono. Ha inoltre messo a disposizione personale e amministratori per creare un evento condiviso, riconoscendone la portata.

è per questo che, a malincuore, traslochiamo. Salutiamo e ringraziamo Travedona Monate, che ci ha ospitato per tanti anni, e diamo il benvenuto a Besozzo, la nostra nuova “casa” per Tacalaspina 2018!

Di male in peggio. Sarà il clima elettorale?

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Non c’è più limite al peggio. C’è sempre qualcuno che riesce ad alzare l’asticella. E a superarla. Ci riferiamo ai due fatti che hanno “incorniciato” quest’ultima settimana di follia all’italiana. Prima Cristina Bertuletti, sindaca di Gazzada Schianno, leghista, che, nel giorno della Memoria osa postare su Facebook una frase a dir poco nauseante e ignominiosa nella sua volgarità: “Visto che è il giorno della memoria ricordatevi d’andare a pijarlo in …”. Ma c’è chi ride e la difende, ed è questo il peggio. Qui non c’è niente da ridere. C’è invece da chiedersi come una minus sapiens del genere possa essere stata eletta (democraticamente?) a sindaco. Riteniamo che una rappresentante dello Stato che scrive una frase del genere debba essere sottoposta a un esame psichiatrico ed essere interdetta dai pubblici uffici. E ci associamo al post di Giusy Nicolini, ex sindaca di Lampedusa (non rieletta democraticamente) che propone le sue dimissioni, così come molti sindaci del Varesotto.

La sindaca leghista Bertuletti, tuttavia non è nuova a prese di posizioni molto forti, e già in passato aveva scritto su Facebook, ad esempio, frasi in cui non nascondeva giudizi personali positivi sul regime fascista “sognando” la reincarnazione del Duce (che, secondo lei, sarebbe più “leghista” che “fascista”, e in effetti anche Salvini sarebbe d’accordo) e, in un altro post del 2016, insulti contro la segretaria della Cisl Annamaria Furlan che avrebbe meritato “l’esecuzione capitale”.

Una sindaca “originale”

La Lega aveva considerato anche la possibilità di una sua candidatura alle elezioni regionali, ma è stata la segreteria provinciale a bloccare ogni spazio, preoccupata che l’esuberanza della sindaca potesse in qualche modo oscurare gli altri candidati. Cristina Bertuletti non è nuova a iniziativa per così dire, fuori dagli schemi. Tempo fa ha presenziato a un consiglio comunale “in costume”, durante una seduta nel periodo di Carnevale; l’intera giunta comunale l’ha seguita mettendosi un costume (v. foto sotto). Purtroppo, nonostante le preoccupanti avvisaglie, nessuno ha messo in dubbio la sua salute mentale e l’ha fatta curare. Adesso ne paghiamo le conseguenze.

 

Luca Traini (Ansa)

Un giorno di ordinaria follia

Sono circa le 11 di sabato 3 febbraio a Macerata, quando Luca Traini, un robusto ragazzotto originario di Tolentino, già candidato con la Lega Nord alle amministrative del 2017, ex buttafuori e autista (insomma con un curriculum di tutto rispetto), spara una lunga serie di colpi dalla sua auto, un’Alfa Romeo 147 nera, contro le persone che incontra per strada. Apparentemente senza motivo, a caso. In realtà le persone colpite e ferite (al momento nessuna vittima), sono tutte immigrati africani. Traini viene poi bloccato dalle Forze dell’Ordine sulle gradinate del monumento ai caduti con una bandiera tricolore al collo, mentre faceva il saluto fascista. Traini ha un diploma da geometra e non ha precedenti penali. Vive a Tolentino, poco fuori Macerata, con la madre e la nonna, dopo aver lasciato due anni fa la casa del padre a Piediripa. Sulla tempia destra ha tatuata una runa Wolfsangel, cioè un “dente di lupo”, antico simbolo germanico associato al nazismo. Con la Lega si era candidato alle comunali a Corridonia, non prendendo nemmeno una preferenza.

I feriti sono tutti africani

Traini ha colpito e ferito almeno sei persone: Festus Omagbon, nigeriano di 32 anni, è ricoverato ad Ancona per una lesione vascolare al braccio destro; Wilson Kofis Lui, ghanese di 21 anni, è ricoverato per fratture alle costole e una contusione polmonare; Jennifer Otioto, nigeriana di 29 anni, è in attesa di un intervento chirurgico a un braccio fratturato dallo sparo; Mahmadou Toure, del Mali, 28 anni, è il più grave dei sei e da sabato è in rianimazione per una lesione al fegato, ma non è in pericolo di vita; Omar Fadera è stato colpito di striscio a un fianco ed è stato dimesso; Gideon Azeke, 25 anni, nigeriano, è stato operato alla coscia. In realtà i feriti sarebbero otto, ma due “clandestini” sarebbero fuggiti per far perdere le tracce.

Il movente nelle sue dichiarazioni

Il giovane neofascista verrà ascoltato sabato notte per due ore dal comandante provinciale dei Carabinieri. Ecco le sue dichiarazioni:

«Mi sono svegliato alle 8.30, avevo preso l’auto per andare in palestra, ma poi lungo il tragitto ho sentito alla radio che parlavano di nuovo del male fatto a Pamela da quel nigeriano e in quel momento non ci ho visto più. Sono tornato a casa di mia nonna Ada a Tolentino, ho aperto la cassaforte, ho estratto la Glock che detengo per uso sportivo, una scatola da 50 colpi e i due caricatori con una decina di pallottole ciascuno. Volevo ucciderli tutti». «Quando era tutto finito e avevo vuotato ormai i caricatori, sono andato a Pollenza. Mi sono fermato con l’auto proprio nel luogo dove avevano ritrovato le valigie con i poveri resti di Pamela e là sono rimasto, per qualche minuto, in raccoglimento. L’avevo appena vendicata, sparando trenta colpi. E ci tenevo a dirglielo».«Mi sono innamorato di due ragazze che avevano problemi di tossicodipendenza, ho cercato di salvarle ma loro si sono allontanate da me, colpa degli spacciatori (…). I pusher sono la rovina e sono sempre dei neri, due volte gli ho alzato le mani addosso e lo hanno fatto anche i miei amici».

La Pamela di cui parla Traini è Pamela Mastropietro, ragazza 18enne che viveva in una comunità di recupero e il cui corpo mutilato è stato ritrovato pochi giorni fa a Macerata in due diverse valigie. Finora l’unico arrestato in relazione alla morte di Mastropietro è Innocent Osheghale, un 29enne nigeriano che si presume fosse uno spacciatore. Alcuni testimoni dicono che Traini si è fermato al bar dicendo: «Vado a fare una strage».

I libri trovati in casa di Luca Traini (Ansa)

La perquisizione della sua casa

Dopo la sparatoria, nella sua casa di Tolentino i carabinieri hanno trovato una copia del libro di Adolf Hitler, Mein Kampf, una bandiera con la croce celtica e parecchie riviste riconducibili al mondo dell’estrema destra (tra cui un testo sulla storia della Repubblica sociale italiana e un manifesto della Gioventù fascista). C’erano poi DVD e videocassette sulla storia del nazismo. I carabinieri stanno anche esaminando il suo profilo Facebook alla ricerca di ulteriori possibili legami con l’estremismo di destra. Traini ora è in isolamento nel carcere di Montacuto ad Ancona, lo stesso dove si trova Innocent Oseghale, l’uomo arrestato per l’omicidio e le mutilazioni sul cadavere di Pamela Mastropietro. Rischia fino a quindici anni di carcere per l’accusa di strage (in questo caso aggravata da motivi razzisti).

Le preoccupazioni del suo avvocato

L’avvocato di Traini, Giancarlo Giulianelli, ha detto che «la morte di Pamela ha creato un blackout totale nella sua mente che potrebbe configurare l’incapacità di intendere e di volere al momento del gesto». Il legale molto probabilmente chiederà quindi una perizia psichiatrica. Traini però durante l’interrogatorio ha detto di non essere in cura da uno specialista.

Traini avrebbe poi parlato delle sue fidanzate e di una in particolare con problemi di tossicodipendenza, ha detto il suo avvocato difensore: «Forse per questo si è scatenata la sua furia. Ha legato i ricordi a Pamela Mastropietro e al pusher di colore che l’ha uccisa. Così è scattato l’odio».

Ma l’ultima drammatica considerazione esce ancora dalla bocca dell’avvocato Giulianelli: «A Macerata mi fermano per darmi messaggi di solidarietà al mio assistito. E questo è allarmante. Politicamente c’è un problema. Questa classe politica: destra, sinistra, centro – ha chiesto il legale – come ha trattato il problema dei migranti? Se questo è il risultato… Luca è la punta di un iceberg, la più eclatante e da condannare, ma la base è molto più vasta. Ci sono persone, e non è neanche un fatto di razzismo, che non condividono il modo di gestire i migranti. La politica non ha dato una risposta al problema – ha concluso Giulianelli -: la destra l’ha strumentalizzato, la sinistra l’ha ignorato e sottovalutato…».

Ciao Michele, esempio di laicità fino all’ultimo

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Oggi hai raggiunto don Lorenzo nel Paradiso dei Giusti.
Un abbraccio da tutti quelli che, come te, sono “figli” di don Milani.

FIRENZE: E’ MORTO MICHELE GESUALDI, EX ALLIEVO DI DON MILANI, GIA’ PRESIDENTE PROVINCIA =

Firenze, 18 gen. (Adnkronos) – È morto Michele Gesualdi, ex allievo di don Lorenzo Milani alla Scuola di Barbiana, già presidente della Provincia di Firenze dal 1995 al 2004. Aveva 74 anni. Pur non avendo più ricoperto cariche amministrative è rimasto membro del Partito Democratico in Toscana, abbandonando l’attività politica in seguito all’insorgere della Sla.

Nei mesi scorsi Gesualdi ha scritto una lettera aperta ai presidenti delle due Camere esortandoli ad affrettare l’iter burocratico per la legge al riguardo del testamento biologico. Due mesi fa è nato un comunicato popolare a sostegno della sua richiesta con lo slogan “Fate presto” per chiedere l’approvazione del biotestamento che è poi avvenuto a dicembre. (segue)

 

(Adnkronos) – Nella lettera, resa nota pubblicamente a novembre, Franco Gesualdi aveva raccontato la sua malattia lanciando un appello: “Fate presto, non voglio essere torturato”. Parole che hanno fatto nascere un comitato e un hashtag che in pochi giorni trovò sostenitori da ogni parte d’Italia

“La Sla è una malattia spaventosa, al momento irreversibile e incurabile – scriveva Gesualdi nella lettera – avanza, togliendoti giorno dopo giorno un pezzo di te stesso: i movimenti dei muscoli della lingua e della gola, che tolgono completamente la parola e la deglutizione, i muscoli per l’articolazione delle gambe e delle braccia, quelli per il movimento della testa, e respiratori e tutti gli altri. Alla fine rimane un scheletro rigido come se fosse stato immerso in una colata di cemento. Solo il cervello si conserva lucidissimo insieme alle le sue finestrelle cioè gli occhi, che possono comunicare luce ed ombre, sofferenza, rammarico per gli errori fatti nella vita, gioia e riconoscenza per l’affetto e la cura di chi ti circonda”.

L’esperienza avuta da Gesualdi come allievo della scuola di Barbiana lo ha portato in seguito a creare la Fondazione Don Milani e anche a scrivere dei libri: “Don Lorenzo Milani: l’esilio di Barbiana” (San Paolo Edizioni, 2016); “Don Lorenzo Milani La parola fa eguale” (Libreria Editrice Fiorentina, 2005); “Il ponte di Luciano” (Libreria Editrice Fiorentina, 2008); “Il Catechismo di don Lorenzo Milani” (Libreria Editrice Fiorentina, 1983). Ha curato anche il volume “Lettere di don Lorenzo Milani priore di Barbiana” (San Paolo Edizioni, 2007).

(Adnkronos) – Nel settembre 2013, come presidente della Fondazione don Lorenzo Milani, Michele Gesualdi scrisse a Papa Francesco per chiedergli, in occasione del novantesimo anniversario della nascita di don Lorenzo Milani, di esplicitare la decadenza formale del provvedimento del Santo Uffizio contro il libro “Esperienze pastorali” che nel dicembre 1958 ne ordinò il ritiro dal commercio perché inopportuna la lettura.

Un appello che Papa Francesco accolse. Nell’aprile 2014 il cardinale Giuseppe Betori, arcivescovo di Firenze, rese noto che la Congregazione della Dottrina per la Fede (ex Sant’Uffizio) considerava superato il provvedimento su “Esperienze Pastorali”.

“È una notizia che mi riempie di gioia – commentò Gesualdi – perché cade ogni ombra della Chiesa sull’operato di don Lorenzo Milani e la Chiesa lo abbraccia definitivamente considerando il suo libro ‘patrimonio del cattolicesimo italiano e in particolare della Chiesa fiorentinà. Siamo grati al Cardinale Betori per il notevole contributo dato per questo riconoscimento che per ben quattro volte, nell’arco di questi 56 anni, era stato richiesto”. Nel giugno scorso Papa Francesco si è recato a Barbiana per commemorare don Milani nel
50esimo anniversario della morte.

(Adnkronos) – Lo scorso 20 giugno, in occasione della storica visita del Papa a Barbiana, Michele Gesualdi ebbe un incontro a porte chiuse con Francesco nella cucina della canonica, che si concluse con un abbraccio tra i due.

Michele Gesualdi era nato a Bovino (Foggia) il 21 dicembre 1943. Quando era bambino, Michele Gesualdi fu strappato a un orfanotrofio da don Lorenzo Milani, del quale sui banchi della scuola di Barbiana divenne l’allievo prediletto. Michele fu uno dei primi sei allievi del priore di Barbiana.

 

Siamo tutti bastardi (per fortuna)

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Trump ha recentemente definito “cessi di paesi” tutti quelli che, per gran parte gravitano sotto la linea dell’Equatore e sono popolati da gente non esattamente “bianca”. Noi italiani non potevamo essere da meno. Si sa che importiamo tutto (il peggio) dagli Stati Uniti. Infatti lo ha seguito a ruota Attilio Fontana, già sindaco (ahimè) di Varese. Che poi ha smentito e in seguito riconfermato, da uomo duro qual è, l’ennesima sciocchezza padana: dobbiamo difendere “la nostra razza bianca” dall’immigrazione. La fidanzata di Henry Bolton (il leader dell’Ukip, il partito isolazionista inglese) ha accusato Meghan Markle (la fidanzata del principe Harry), di “macchiare con il suo seme la famiglia reale” in quanto afroamericana. Per non parlare delle continue derive nazifasciste di casa nostra, che tanto fascino suscitano sui nostri ragazzi. Insomma siamo accerchiati da orde di “barbari” (per lo più musulmani) che minacciano di spazzare via la nostra immacolata civiltà.

Ma come si può ancora difendere, all’alba del 2018, la razza bianca?

Se provate a difendere una specificità italiana, etnica o razziale (scegliete voi il termine), beh, tanti auguri: potreste incontrare qualche leggerissima difficoltà.  Così scrive Mattia Feltri su “La stampa” del 17 gennaio. E continua con l’elenco, lunghissimo, di tutte (ma saranno proprio tutte?) le etnie che hanno fatto grande il popolo italiano. Grande proprio perché “bastardo”, miscuglio di geni, crogiuolo di nazioni, melting pot di culture… L’Italia, fin dall’antichità più remota, è un festival dei popoli vivente. E’ indubbiamente il Paese più contaminato, e meno puro, d’Europa. Per fortuna. Altrimenti non saremmo quello che siamo. Essere l’approdo preferito di secoli di migrazioni, fa parte della nostra identità mediterranea. Anzi del nostro DNA.

Facciamo un test? Del DNA

Come parte di una più ampia iniziativa chiamata Dna Journey, ad aprile 2016 il sito di ricerca viaggi Momondo ha invitato 67 persone provenienti da tutto il mondo a partecipare a un progetto, che è stato documentato con un filmato. Le persone hanno accettato di sottoporsi al test del Dna per scoprire di più sulle proprie origini, in questo video http://www.lastampa.it/2016/06/09/multimedia/societa/il-dna-racconta-davvero-chi-siamo-sicuri-di-essere-italiani-al-hKzRlQsagdmxO8vkjpkFSJ/pagina.html  si vede cosa hanno scoperto. Ora 500 persone in tutto il mondo avranno la possibilità di mappare il proprio profilo genetico grazie a quest’iniziativa e quindi scoprire da dove provengono. Una ricerca che, oltre ad avere ragioni commerciali legate all’attività della Momondo, ha anche un evidente intento antirazzista. Volete provare anche voi? Nulla di più semplice. Basta andare in rete e richiedere l’apposito kit.

Magari non fratelli, ma un po’ cugini

Qual è stato il risultato “sconvolgente” del test? Si sa che il nostro DNA è composto per il 50% da quello di nostra madre e dall’altro 50% da quello di nostro padre. Funziona allo stesso modo anche per i nostri genitori. E così via all’indietro nel tempo per tutti i nostri antenati. I risultati di questo test sono stati sorprendenti per tutti quelli che si sono sottoposti all’esperimento. Una donna, in particolare, ha detto che il test dovrebbe essere obbligatorio per tutti, soprattutto per quelle persone che affermano di essere di una determinata nazionalità al 100%. Oppure che esiste una razza “pura” o “superiore” alle altre. Insomma un sacco di str*** che il test del DNA smentisce categoricamente e, soprattutto, scientificamente.

Guardate il video:

http://www.lastampa.it/2016/06/09/multimedia/societa/il-dna-racconta-davvero-chi-siamo-sicuri-di-essere-italiani-al-hKzRlQsagdmxO8vkjpkFSJ/pagina.html

La violenza peggiore è “figlia” di noi genitori

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In questi giorni le cronache hanno registrato due fatti di violenza gratuita e ingiustificata, tanto incredibili a credersi, quanto gravi. Ma poi, come spesso succede, c’è una “buona notizia” (la terza) a riempirci il cuore di speranza.

La prima: ragazzi uccidono un senza dimora per “noia”

VERONA, 11 GEN – È morto bruciato vivo nella vecchia auto che era divenuta la sua casa, ma chi ha appiccato il fuoco – due minorenni – pensava di fargli “solo uno scherzo”. Hanno 13 e 17 anni i due ragazzi accusati dell’omicidio del senzatetto marocchino Ahmed Fdil, 64 anni, trovato carbonizzato nella vecchia Fiat ‘Bravò la sera del 13 dicembre scorso, a Santa Maria di Zevio (Verona). Si pensò inizialmente ad un incidente, una sigaretta caduta nell’abitacolo. Non era così. Le testimonianze dei residenti, che vedevano spesso i due bulletti infastidire il ‘Baffò – com’era soprannominato Ahmed, benvoluto in paese, perchè non dava fastidio a nessuno – hanno indirizzato le indagini dei Carabinieri su una pista ben diversa. Le telecamere di sicurezza hanno fatto il resto. Prima di Natale – ma la notizia è emersa in questi giorni – gli investigatori sono andati a casa dei due ragazzini, un 17enne, e un 13enne, figli di genitori stranieri ben inseriti nella comunità. E poco alla volta hanno fatto emergere il terribile “segreto” che i due s’erano imposti di mantenere. Nessun incidente, nessun mozzicone di sigaretta, ma un omicidio. Toccherà ai giudici stabilire se preterintenzionale o volontario. È stato il 13enne a fare le prime ammissioni davanti al Pm della Procura di Verona. “Era uno scherzo, non l’abbiamo fatto apposta”, si sarebbe giustificato l’adolescente. I magistrati di Venezia dovranno accertare se la versione fornita dal 13enne sia vera. Chi ha visto i due ragazzini infastidire il senzatetto, ha raccontato che spesso gli tiravano sassi, e gli lanciavano i petardi verso la macchina. Potrebbero quindi essere stati dei botti, e non la carta, a far partire il fuoco. (ANSA)

La seconda: una coppia di genitori picchia un prof colpevole di aver rimproverato il loro figlio

SIRACUSA, 10 GEN. – Una coppia di genitori di Avola è stata denunciata dai carabinieri per aver picchiato l’insegnante di educazione fisica del loro figlio dodicenne. L’aggressione è avvenuta nella tarda mattinata di oggi nel cortile dell’istituto Vittorini di Avola dove i genitori dello studente, lui 47 anni, lei 33 anni, entrambi impiegati, si erano recati dopo essere stati contattati col cellulare dal figlio che avrebbe detto di essere stato rimproverato dal docente. La coppia ha aggredito, sotto gli occhi degli altri alunni, a calci e a pugni l’insegnante, costretto a fare ricorso alle cure dei medici dell’ospedale “Di Maria” di Avola che gli hanno riscontrato la frattura di una costola. I carabinieri  hanno avviato un’indagine e al termine degli accertamenti hanno denunciato la coppia con l’accusa di lesioni ed interruzione di pubblico servizio. (AGI)

 

La terza: un papà costruisce a mano una strada per fare andare i figli a scuola

Spinto dalla motivazione di dare un’educazione ai suoi figli, il venditore di frutta indiano Jalandhar Nayak, 45 anni, analfabeta, ha scavato a mano da zolle e roccia una strada di 8 chilometri che va dal suo piccolo villaggio di Gumsahi alla scuola di Phulbani. Per completare oltre la metà del percorso l’uomo ha impiegato due anni, con 8 ore di scavi quotidiani a colpi di piccone, zappa e scalpello per aggirare lo sperone di roccia che costringeva i suoi tre bambini a impiegare oltre tre ore per andare e venire dalle lezioni, in ogni condizione atmosferica. Alla fine la sua impresa è stata segnalata dalla gente del posto a un quotidiano regionale che ha trasformato Nayak in un eroe popolare e, di conseguenza, il governo lo ha premiato con uno stipendio adeguato al lavoro svolto. “I miei bambini avevano difficoltà a camminare sulle pietre – ha raccontato Nayak – Li avevo visti spesso inciampare contro le rocce”. Da qui la decisione di rimboccarsi le maniche e scavare la strada attraverso le colline.

Ci aspetta un compito educativo immane: dare noi, genitori, il buon esempio

Le tre notizie offrono uno spaccato, nel bene e nel male, di quello che possono essere i nostri figli oggi: crudeli e spietati senza rendersene conto (perché forse non ci sono genitori che hanno educato le loro coscienze), viziati “figli di papà” (che usano i genitori come killer al soldo di un boss mafioso), e poveri ragazzi il cui unico sogno è quello di andare a scuola (e poter imparare a leggere e scrivere). Grazie all’impresa eroica di un padre, Nayak, che resterà sempre nei loro cuori (e che a noi, al solo pensiero, mette i brividi…). Probabilmente Nayak non sa nulla di Barbiana, ma don Lorenzo sarebbe orgoglioso di lui (e dei suoi figli).

 

Il 20 gennaio a Ghedi, contro le armi, per la pace

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Il Forum Contro la Guerra – Varese

http://www.forumcontrolaguerra.org/

 

organizza un pullman per raggiungere Ghedi (prov. di Brescia) per la manifestazione del 20 gennaio contro le armi atomiche.

Ecco le info logistiche:

– Costo andata e ritorno 12 euro a persona

– Ore 10:30 Partenza da Tradate (piazza del mercato)

– Ore 11:00 Partenza da Varese (piazzale delle FF.SS.)

– Ore 11:30 Partenza da Saronno (presso Lazzaroni – Ingresso autostrada)

– eventuale altra fermata a Gallarate o Busto Arsizio (nei pressi dell’ingresso autostrada) nel caso ci fossero gruppi consistenti da recuperare.

Fate circolare, per favore ed indicate al più presto le vostre disponibilità a partecipare.

Per prenotare il pullman scrivere a -o contattare- Elio Pagani:

eliopaxnowar@gmail.com

3313298611

Per Aderire alla manifestazione, scrivere a:

forumcontrolaguerra@gmail.com

 

Papa: “Basta fomentare la paura per i migranti a fini elettorali”

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L’Osservatore Romano

 

Siamo ormai in campagna elettorale e mai come oggi risuonano quanto mai attuali le parole pronunciate da Papa Francesco lo scorso novembre per la giornata mondiale della Pace del 1° gennaio. Bergoglio infatti condannava «Quanti fomentano la paura nei confronti dei migranti, magari a fini politici, anziché costruire la pace, seminano violenza, discriminazione razziale e xenofobia, che sono fonte di grande preoccupazione per tutti coloro che hanno a cuore la tutela di ogni essere umano». I migranti, prosegue il Papa, non sono altro che «uomini e donne, bambini, giovani e anziani che cercano un luogo dove vivere in pace». E che per trovarlo «sono disposti a rischiare la vita in un viaggio che in gran parte dei casi è lungo e pericoloso, a subire fatiche e sofferenze, ad affrontare reticolati e muri innalzati per tenerli lontani dalla meta».

Il Papa ci invita dunque ad abbracciare «tutti coloro che fuggono dalla guerra e dalla fame o che sono costretti a lasciare le loro terre a causa di discriminazioni, persecuzioni, povertà e degrado ambientale». Anche se, ammonisce, «aprire i nostri cuori alla sofferenza altrui non basta»: «Ci sarà molto da fare prima che i nostri fratelli e le nostre sorelle possano tornare a vivere in pace in una casa sicura». In tal senso urge «un impegno concreto, una catena di aiuti e di benevolenza, un’attenzione vigilante e comprensiva, la gestione responsabile di nuove situazioni complesse che, a volte, si aggiungono ad altri e numerosi problemi già esistenti, nonché delle risorse che sono sempre limitate».

 

Monito ai governanti

I responsabili della cosa pubblica, aggiunge il Papa, «hanno una precisa responsabilità verso le proprie comunità, delle quali devono assicurarne i giusti diritti e lo sviluppo armonico». A loro spetta dunque un «discernimento» così da «spingere le politiche di accoglienza fino al massimo dei limiti consentiti dal bene comune rettamente inteso, considerando cioè le esigenze di tutti i membri dell’unica famiglia umana e il bene di ciascuno di essi». In questo modo le città, «spesso divise e polarizzate da conflitti che riguardano proprio la presenza di migranti e rifugiati», possono trasformarsi in «cantieri di pace».

Capovolgiamo la prospettiva

Migranti e rifugiati, afferma infatti, «non arrivano a mani vuote: portano un carico di coraggio, capacità, energie e aspirazioni, oltre ai tesori delle loro culture native, e in questo modo arricchiscono la vita delle nazioni che li accolgono». Mutando lo sguardo sarà quindi possibile «scorgere anche la creatività, la tenacia e lo spirito di sacrificio di innumerevoli persone, famiglie e comunità che in tutte le parti del mondo aprono la porta e il cuore a migranti e rifugiati, anche dove le risorse non sono abbondanti».

 

La strategia dell’accoglienza

Ancora, bisogna «promuovere» – scrive Francesco – nel senso di «assicurare ai bambini e ai giovani l’accesso a tutti i livelli di istruzione» al fine di «coltivare e mettere a frutto le proprie capacità», ma anche essere maggiormente in grado «di andare incontro agli altri, coltivando uno spirito di dialogo anziché di chiusura o di scontro». Infine, «integrare» che «significa permettere a rifugiati e migranti di partecipare pienamente alla vita della società che li accoglie, in una dinamica di arricchimento reciproco e di feconda collaborazione nella promozione dello sviluppo umano integrale delle comunità locali».

Parole profetiche quelle di Papa Francesco, che ci interrogano profondamente e scuotono le nostre comunità cristiane troppo spesso appiattite sui luoghi comuni a difesa del “quieto vivere”. Quel “quieto vivere” troppo spesso invocato a sproposito anche dai nostri politici, alla caccia di voti e di consenso.

 

http://www.corriere.it/cronache/17_novembre_24/migranti-l-accusa-papa-si-fomenta-paura-fini-elettorali-8b78bc42-d106-11e7-a924-c9d9ad888b7b.shtml

Un progetto di accoglienza per la nostra comunità

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Tripoli, chiesa di San Francesco

 

Nei primi giorni di settembre alla Caritas parrocchiale si sono presentate due persone: Anthony e Vida Biney, una coppia Ghanese arrivata il 22 agosto in Italia dalla Libia con un visto turistico e il desiderio di rifarsi una vita dignitosa.

Hanno vissuto per 23 anni a Tripoli esercitando la professione di insegnanti in una scuola per stranieri. Negli ultimi tre anni la scuola non ha elargito più gli stipendi e non ha offerto più alcuna garanzia a chi vi insegnava, né agli studenti. Le condizioni di vita in Libia sono molto peggiorate in questi anni, ogni spostamento è divenuto pericoloso e i loro risparmi si sono volatilizzati.

Anthony e Vida facevano parte della comunità cristiano-cattolica di Tripoli dove erano impegnati attivamente, soprattutto come coppia guida nei percorsi di preparazione al matrimonio e nel sostegno ai bisognosi, ma per loro le condizioni si sono fatte via via più difficili, per cui hanno investito gli ultimi averi in questo viaggio in Italia.

La possibilità di ritornare in Ghana per Anthony è complicata a causa della sua appartenenza ad una famiglia importante, coinvolta in faide di potere territoriale, che hanno determinato la perdita del padre e del fratello. Nei due tentativi di ritorno nel suo Paese, ha dovuto scappare per non incorrere nella stessa fine. A lui non interessano queste faide, ma per gli altri lui rappresenta un pericolo.

Poiché non erano a conoscenza delle leggi italiane, appena atterrati a Malpensa, sono andati in un motel dove sono rimasti per alcuni giorni senza sapere come muoversi. Quando hanno incontrato la Caritas parrocchiale ed hanno potuto avere un colloquio informativo, era ormai troppo tardi per una richiesta d’asilo con sostegno, e con il visto turistico non avevano alcun’altra possibilità di rimanere oltre la scadenza. Così dopo vari colloqui e consigli, è stata fatta la richiesta d’asilo, ma senza il diritto di rientrare nel circuito dell’accoglienza.

Attualmente sono ospitati temporaneamente presso una famiglia di Travedona ed attendono il rilascio di un documento che gli consentirebbe di avere il codice fiscale e quindi di fare un contratto di comodato per un piccolo appartamento messo gratuitamente a disposizione da parte di un privato.

Già questi gesti sono un segno di come la nostra comunità si possa attivare nell’accoglienza, in maniera semplice e spontanea e ci invitano a partecipare a questa esperienza fraterna. Visto che non hanno alcun sostegno da parte dello stato, se non a livello sanitario, la Comunità Pastorale e l’associazione “I Care” si sono rese disponibili a sostenere questa coppia confidando anche sulla vostra partecipazione.

Per chi volesse incontrarli può chiamare il 347 95 90 670
Per chi volesse contribuire per il loro sostentamento, potete rivolgervi alla Caritas di Travedona, oppure fare un bonifico all’associazione I Care, indicando nella causale “progetto Anthony e Vida” IBAN IT17X05 0180 1600 0000 1138 1084 Banca Etica.

Tutti uniti contro i fascismi (di ieri e) di oggi

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ANSA

Dopo l’irruzione del Veneto Fronte Skinheads durante una riunione del comitato “Como senza frontiere” e i successivi raid alle redazioni di “Repubblica” e “L’Espresso”, sabato scorso 9 dicembre, si è svolta a Como una grande manifestazione contro tutti i fascismi e per i diritti dal titolo #e questo è il fiore che ha radunato insieme migliaia di persone, tra cui moltissimi giovani.

 

(Duilio Piaggesi)
(Duilio Piaggesi)

“Contro i rigurgiti fascisti e chi inneggia all’intolleranza la miglior risposta è la partecipazione, la solidarietà, l’impegno per i valori della Costituzione. Sono idealmente insieme a tutte le persone che hanno scelto di essere a Como oggi.#equestoèilfiore”. Così il Presidente del Senato, Pietro Grasso, su twitter.

 

ANSA/FLAVIO LO SCALZO

(Duilio Piaggesi)

Una manifestazione bellissima, e necessaria, per tutti gli italiani. Perché sono tanti i valori che ci uniscono, ma quello più profondo è l’antifascismo. Sono stati letti alcuni brani di Calamandrei, Pertini, Fenoglio e Berlinguer.

Un cartello recita “Restiamo umani, restiamo antifascisti”, con fermezza senza urlare. Perché, come sottolinea un caro amico, “l’opposto del fascismo non è il comunismo, ma la democrazia!”

(Foto Andrea Butti-LaPresse)

Francesco, 14 anni studente al linguistico: “Bisogna scendere in piazza in tanti, più che si può. Sennò i fascisti capiscono che siamo in pochi e deboli, si ringalluzziscono, e pensano di poter fare quello che vogliono”. Pietro studia giurisprudenza a Milano: “Lo ius soli è un punto fondamentale di oggi. Vedere bambini nati qui che non vengono riconosciuti come italiani. E noi che non facciamo niente”.

 

ANSA/FLAVIO LO SCALZO
(Duilio Piaggesi)

Se voi volete andare in pellegrinaggio nel luogo dove è nata la nostra Costituzione, andate nelle montagne dove caddero i partigiani, nelle carceri dove furono imprigionati, nei campi dove furono impiccati, dovunque è morto un italiano per riscattare la libertà e la dignità: andate lì, oh giovani, col pensiero, perché lì è nata la nostra Costituzione». (Piero Calamandrei, discorso agli studenti milanesi il 26 gennaio 1955)

https://youtu.be/4yM0KHv5d9o

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