Grande Guerra o Grande Menzogna? Leggete questo libro

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Sono trascorsi 100 anni dall’inizio della I guerra mondiale, tutti i protagonisti di quegli anni – vittime e carnefici – sono morti, ma non è morta né la retorica, né la mistificazione, né la menzogna che pretende di ricordare e celebrare, oggi come allora, la catastrofe di quegli anni. Celebrazioni che ancora tacciono sulle colpe di politici come Antonio Salandra e Sidney Sonnino che vollero quella guerra e di generali spietati come Luigi Cadorna, Luigi Capello e Antonio Cantore responsabili, con molti alti ufficiali, di aver mandato a morire centinaia di migliaia di soldati in inutili assalti.

Morti in trincea

 

Un centenario che mira a celebrare la retorica della Patria

L’attivismo celebrativo si era già messo all’opera nel 2012 con la mostra, al Vittoriano, “Verso la Grande Guerra”. Un evento che aveva riaffermato che «la Grande Guerra è stato un passaggio fondamentale nel processo di costruzione del nostro Paese, perché è nell’affratellamento delle trincee il primo momento vero in cui si sono “fatti” gli italiani». Una tesi stantia che cerca, così, di riabilitare e giustificare quel massacro, durato anni, collegandolo al completamento dell’unità nazionale. Ecco dunque la mistificazione al lavoro: orgoglio e unità nazionale, sacrificio eroico di vite umane. Ancora dopo un secolo in Italia non conosciamo se non approssimativamente il numero dei soldati morti, di quelli feriti, dei civili deceduti direttamente e indirettamente e di coloro che in seguito agli stenti della guerra furono più esposti all’epidemia della “spagnola”. Così si impone la spiegazione della guerra con un disegno superiore e alto – Italia ed Europa – e rispetto ad esso si continua a tacere della morte di oltre 650.000 soldati italiani, di 500.000 feriti gravi, di 600.000 prigionieri abbandonati dall’Italia – senza aiuti e assistenza – perché considerati disertori e codardi, di errori strategici pacchiani, di 40.000 soldati impazziti, di un indebitamento che si è estinto solo negli anni ’80, di una truffa colossale sulle spese di guerra con imputati generali, politici, industriali – tra cui i grandi gruppi Ansaldo e Ilva – tutti rimasti impuniti. Quella guerra fu soltanto una catastrofe nazionale totale che ancora viene presentata ed edulcorata con la patriottarde parole di “eroico sacrificio”, riproponendo così dopo un secolo la mistica di guerra della propaganda.

Soldati sfigurati dalle esplosioni delle granate

 

Ferite indicibili e incancellabili, nel corpo e nell’anima

La stessa propaganda che oggi si ostina ad ignorare i risultati di centinaia di ricerche storiche, scientificamente ispirate, che restituiscono a quella guerra, attraverso uno studio delle fonti, l’orrore che essa è stata. Tutti i progressi tecnologici dell’epoca (gas, mitragliatori, aerei, artiglieria, lanciafiamme, proiettili dum-dum, sommergibili) furono messi a servizio di un’ideologia di morte su larghissima scala in grado di produrre sui corpi e sulle menti devastazioni mai viste e permanenti. Non sapevano infatti descriverle né i medici nelle autopsie davanti a brandelli di carne, né gli psichiatri davanti a nevrosi e follie mai prima viste. A questo si aggiunge lo squallore di un Comando supremo che organizzava su larga scala casini per soli militari dove la violenza sul nemico si trasferiva alla violenza sulla donna.

Una scritta su una casa durante la ritirata di Caporetto

 

Credere, obbedire, combattere. A tutti i costi, morte compresa

Si afferma da subito un clima di terrore tra le truppe costrette, in una guerra di cui nulla sapevano, ad assalti continui ed inutili ad inespugnabili trincee, decimazioni di massa, plotoni di esecuzione per le minime infrazioni, seguendo una linea di comando che partiva dall’autore di tutti gli ordini più efferati: il generale Cadorna. A suo servizio, presso lo Stato maggiore, vi era il capitano medico, frate francescano, Agostino Gemelli, il cui impegno, di psicologo militare, fu tutto rivolto a creare le condizioni perché i soldati annullassero totalmente qualsiasi senso critico e si assoggettassero ad obbedire agli ordini, quali essi fossero, senza pensare, utilizzando anche l’universo religioso, posto a servizio della causa della guerra sempre compresa come opera salvatrice divina.

La fucilazione di un disertore dopo un processo sommario

 

Bisognerebbe leggere le lettere dal fronte dei nostri soldati

Leggere gli scritti di Gemelli di quegli anni, le sentenze dei plotoni di esecuzione, le lettere dei soldati scampate alla censura, le lettere anonime indirizzate al re “soldato” Vittorio Emanuele e i canti di protesta potrebbero servire a rendere questo anniversario occasione di costruzione di una memoria nazionale fondata non sull’ipocrisia, la mistificazione, la baggianata del tricolore elemento di coesione nazionale, ma sul riconoscimento che 5 milioni di italiani furono sottoposti ad una prova inutile, onerosissima e per molti di loro mortale. Altro quindi da quanto, per esempio, il ministero dell’Istruzione prepara per i nostri studenti in quelle che definisce le «celebrazioni relative alla I guerra mondiale». L’orrore non andrebbe mai celebrato, ma riconosciuto, ricordato e condannato.

Ritirata di Caporetto (24 ottobre 1917)

 

Oggi “fare storia” vuol dire guardare con occhio obiettivo quell’inutile barbarie

Per tutte queste ragioni il libro di Tanzarella, vuole raccontare in modo rigoroso, ma con un approccio divulgativo, quell’orrore, spesso conosciuto solo dagli specialisti, dai ricercatori e dagli studiosi, mettendo a disposizione di un pubblico ampio di lettori fatti, dati, circostanze, che spesso gli stessi manuali scolastici di storia trascurano od occultano, per demistificare la narrazione celebrativa della I guerra mondiale e creare una solida coscienza critica del perché fu orrore quella guerra, come e più di altre guerre. E suscitare ugualmente orrore nei confronti della “grande menzogna” attraverso la quale ancora oggi molti vorrebbero continuare a ricordarla, nonostante devastazioni, lutti, torture, prigionie, ruberie, deportazioni.

L’obbedienza non è più una virtù e, forse, non avrebbe mai dovuto esserlo

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Il sindaco di Riace Domenico “Mimmo” Lucano, in una foto di archivio. ANSA/CESARE ABBATE

 

Avere il coraggio di dire ai giovani che essi sono tutti sovrani, per cui l’obbedienza non è ormai più una virtù, ma la più subdola delle tentazioni, che non credano di potersene far scudo né davanti agli uomini né davanti a Dio, che bisogna che si sentano ognuno l’unico responsabile di tutto.

(da “Lettera ai giudici”, don Lorenzo Milani)

Mai come oggi ci paiono così attuali e brucianti le parole profetiche di don Lorenzo riguardo all’obbedienza, il miglior modo secondo lui (e secondo noi) per non assumersi le proprie responsabilità e nascondere le proprie colpe dietro l’alibi del rispetto della legge (quando è ingiusta). E se una legge è giusta o ingiusta è la nostra coscienza a dircelo, a guidare il nostro discernimento. Il (vero) problema di oggi è avercela una coscienza.

Ma pensiamo anche che il modo migliore per capire la vicenda del sindaco di Riace Domenico “Mimmo” Lucano sia quello di leggere il bellissimo articolo di Roberto Saviano pubblicato oggi (3 ottobre) su “La Repubblica” ed evitare di sprecare le nostre parole che traboccano di indignazione per un’azione giusta secondo la legge, ma tremendamente ingiusta dal punto di vista della carità.

https://www.repubblica.it/cronaca/2018/10/02/news/il_caso_del_sindaco_di_riace_peccato_di_umanita_-207987955/?ref=RHPPLF-BH-I0-C8-P7-S1.8-T1

Riace, un esempio di accoglienza in Italia

Qui di seguito alcune immagini che illustrano la solidarietà di molti cittadini al sindaco di Riace e un grafico Ansa con alcuni dati sul paese calabrese.

Foto Vincenzo Livieri – LaPresse
02-10-2018 – Roma
Cronaca
Esquilino. Manifestazione in solidarietà del sindaco di Riace Domenico Lucano, arrestato per favoreggiamnto dell’immigrazione clandestina

 

Foto Vincenzo Livieri – LaPresse
02-10-2018 – Roma
Cronaca
Esquilino. Manifestazione in solidarietà del sindaco di Riace Domenico Lucano, arrestato per favoreggiamnto dell’immigrazione clandestina

 

Il sindaco di Riace Domenico Lucano in una foto di archivio. ANSA / IGOR PETYX

 

Scheda sul comune di Riace
ANSA/CENTIMETRI

Di male in peggio. Sarà il clima elettorale?

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Non c’è più limite al peggio. C’è sempre qualcuno che riesce ad alzare l’asticella. E a superarla. Ci riferiamo ai due fatti che hanno “incorniciato” quest’ultima settimana di follia all’italiana. Prima Cristina Bertuletti, sindaca di Gazzada Schianno, leghista, che, nel giorno della Memoria osa postare su Facebook una frase a dir poco nauseante e ignominiosa nella sua volgarità: “Visto che è il giorno della memoria ricordatevi d’andare a pijarlo in …”. Ma c’è chi ride e la difende, ed è questo il peggio. Qui non c’è niente da ridere. C’è invece da chiedersi come una minus sapiens del genere possa essere stata eletta (democraticamente?) a sindaco. Riteniamo che una rappresentante dello Stato che scrive una frase del genere debba essere sottoposta a un esame psichiatrico ed essere interdetta dai pubblici uffici. E ci associamo al post di Giusy Nicolini, ex sindaca di Lampedusa (non rieletta democraticamente) che propone le sue dimissioni, così come molti sindaci del Varesotto.

La sindaca leghista Bertuletti, tuttavia non è nuova a prese di posizioni molto forti, e già in passato aveva scritto su Facebook, ad esempio, frasi in cui non nascondeva giudizi personali positivi sul regime fascista “sognando” la reincarnazione del Duce (che, secondo lei, sarebbe più “leghista” che “fascista”, e in effetti anche Salvini sarebbe d’accordo) e, in un altro post del 2016, insulti contro la segretaria della Cisl Annamaria Furlan che avrebbe meritato “l’esecuzione capitale”.

Una sindaca “originale”

La Lega aveva considerato anche la possibilità di una sua candidatura alle elezioni regionali, ma è stata la segreteria provinciale a bloccare ogni spazio, preoccupata che l’esuberanza della sindaca potesse in qualche modo oscurare gli altri candidati. Cristina Bertuletti non è nuova a iniziativa per così dire, fuori dagli schemi. Tempo fa ha presenziato a un consiglio comunale “in costume”, durante una seduta nel periodo di Carnevale; l’intera giunta comunale l’ha seguita mettendosi un costume (v. foto sotto). Purtroppo, nonostante le preoccupanti avvisaglie, nessuno ha messo in dubbio la sua salute mentale e l’ha fatta curare. Adesso ne paghiamo le conseguenze.

 

Luca Traini (Ansa)

Un giorno di ordinaria follia

Sono circa le 11 di sabato 3 febbraio a Macerata, quando Luca Traini, un robusto ragazzotto originario di Tolentino, già candidato con la Lega Nord alle amministrative del 2017, ex buttafuori e autista (insomma con un curriculum di tutto rispetto), spara una lunga serie di colpi dalla sua auto, un’Alfa Romeo 147 nera, contro le persone che incontra per strada. Apparentemente senza motivo, a caso. In realtà le persone colpite e ferite (al momento nessuna vittima), sono tutte immigrati africani. Traini viene poi bloccato dalle Forze dell’Ordine sulle gradinate del monumento ai caduti con una bandiera tricolore al collo, mentre faceva il saluto fascista. Traini ha un diploma da geometra e non ha precedenti penali. Vive a Tolentino, poco fuori Macerata, con la madre e la nonna, dopo aver lasciato due anni fa la casa del padre a Piediripa. Sulla tempia destra ha tatuata una runa Wolfsangel, cioè un “dente di lupo”, antico simbolo germanico associato al nazismo. Con la Lega si era candidato alle comunali a Corridonia, non prendendo nemmeno una preferenza.

I feriti sono tutti africani

Traini ha colpito e ferito almeno sei persone: Festus Omagbon, nigeriano di 32 anni, è ricoverato ad Ancona per una lesione vascolare al braccio destro; Wilson Kofis Lui, ghanese di 21 anni, è ricoverato per fratture alle costole e una contusione polmonare; Jennifer Otioto, nigeriana di 29 anni, è in attesa di un intervento chirurgico a un braccio fratturato dallo sparo; Mahmadou Toure, del Mali, 28 anni, è il più grave dei sei e da sabato è in rianimazione per una lesione al fegato, ma non è in pericolo di vita; Omar Fadera è stato colpito di striscio a un fianco ed è stato dimesso; Gideon Azeke, 25 anni, nigeriano, è stato operato alla coscia. In realtà i feriti sarebbero otto, ma due “clandestini” sarebbero fuggiti per far perdere le tracce.

Il movente nelle sue dichiarazioni

Il giovane neofascista verrà ascoltato sabato notte per due ore dal comandante provinciale dei Carabinieri. Ecco le sue dichiarazioni:

«Mi sono svegliato alle 8.30, avevo preso l’auto per andare in palestra, ma poi lungo il tragitto ho sentito alla radio che parlavano di nuovo del male fatto a Pamela da quel nigeriano e in quel momento non ci ho visto più. Sono tornato a casa di mia nonna Ada a Tolentino, ho aperto la cassaforte, ho estratto la Glock che detengo per uso sportivo, una scatola da 50 colpi e i due caricatori con una decina di pallottole ciascuno. Volevo ucciderli tutti». «Quando era tutto finito e avevo vuotato ormai i caricatori, sono andato a Pollenza. Mi sono fermato con l’auto proprio nel luogo dove avevano ritrovato le valigie con i poveri resti di Pamela e là sono rimasto, per qualche minuto, in raccoglimento. L’avevo appena vendicata, sparando trenta colpi. E ci tenevo a dirglielo».«Mi sono innamorato di due ragazze che avevano problemi di tossicodipendenza, ho cercato di salvarle ma loro si sono allontanate da me, colpa degli spacciatori (…). I pusher sono la rovina e sono sempre dei neri, due volte gli ho alzato le mani addosso e lo hanno fatto anche i miei amici».

La Pamela di cui parla Traini è Pamela Mastropietro, ragazza 18enne che viveva in una comunità di recupero e il cui corpo mutilato è stato ritrovato pochi giorni fa a Macerata in due diverse valigie. Finora l’unico arrestato in relazione alla morte di Mastropietro è Innocent Osheghale, un 29enne nigeriano che si presume fosse uno spacciatore. Alcuni testimoni dicono che Traini si è fermato al bar dicendo: «Vado a fare una strage».

I libri trovati in casa di Luca Traini (Ansa)

La perquisizione della sua casa

Dopo la sparatoria, nella sua casa di Tolentino i carabinieri hanno trovato una copia del libro di Adolf Hitler, Mein Kampf, una bandiera con la croce celtica e parecchie riviste riconducibili al mondo dell’estrema destra (tra cui un testo sulla storia della Repubblica sociale italiana e un manifesto della Gioventù fascista). C’erano poi DVD e videocassette sulla storia del nazismo. I carabinieri stanno anche esaminando il suo profilo Facebook alla ricerca di ulteriori possibili legami con l’estremismo di destra. Traini ora è in isolamento nel carcere di Montacuto ad Ancona, lo stesso dove si trova Innocent Oseghale, l’uomo arrestato per l’omicidio e le mutilazioni sul cadavere di Pamela Mastropietro. Rischia fino a quindici anni di carcere per l’accusa di strage (in questo caso aggravata da motivi razzisti).

Le preoccupazioni del suo avvocato

L’avvocato di Traini, Giancarlo Giulianelli, ha detto che «la morte di Pamela ha creato un blackout totale nella sua mente che potrebbe configurare l’incapacità di intendere e di volere al momento del gesto». Il legale molto probabilmente chiederà quindi una perizia psichiatrica. Traini però durante l’interrogatorio ha detto di non essere in cura da uno specialista.

Traini avrebbe poi parlato delle sue fidanzate e di una in particolare con problemi di tossicodipendenza, ha detto il suo avvocato difensore: «Forse per questo si è scatenata la sua furia. Ha legato i ricordi a Pamela Mastropietro e al pusher di colore che l’ha uccisa. Così è scattato l’odio».

Ma l’ultima drammatica considerazione esce ancora dalla bocca dell’avvocato Giulianelli: «A Macerata mi fermano per darmi messaggi di solidarietà al mio assistito. E questo è allarmante. Politicamente c’è un problema. Questa classe politica: destra, sinistra, centro – ha chiesto il legale – come ha trattato il problema dei migranti? Se questo è il risultato… Luca è la punta di un iceberg, la più eclatante e da condannare, ma la base è molto più vasta. Ci sono persone, e non è neanche un fatto di razzismo, che non condividono il modo di gestire i migranti. La politica non ha dato una risposta al problema – ha concluso Giulianelli -: la destra l’ha strumentalizzato, la sinistra l’ha ignorato e sottovalutato…».

Siamo tutti bastardi (per fortuna)

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Trump ha recentemente definito “cessi di paesi” tutti quelli che, per gran parte gravitano sotto la linea dell’Equatore e sono popolati da gente non esattamente “bianca”. Noi italiani non potevamo essere da meno. Si sa che importiamo tutto (il peggio) dagli Stati Uniti. Infatti lo ha seguito a ruota Attilio Fontana, già sindaco (ahimè) di Varese. Che poi ha smentito e in seguito riconfermato, da uomo duro qual è, l’ennesima sciocchezza padana: dobbiamo difendere “la nostra razza bianca” dall’immigrazione. La fidanzata di Henry Bolton (il leader dell’Ukip, il partito isolazionista inglese) ha accusato Meghan Markle (la fidanzata del principe Harry), di “macchiare con il suo seme la famiglia reale” in quanto afroamericana. Per non parlare delle continue derive nazifasciste di casa nostra, che tanto fascino suscitano sui nostri ragazzi. Insomma siamo accerchiati da orde di “barbari” (per lo più musulmani) che minacciano di spazzare via la nostra immacolata civiltà.

Ma come si può ancora difendere, all’alba del 2018, la razza bianca?

Se provate a difendere una specificità italiana, etnica o razziale (scegliete voi il termine), beh, tanti auguri: potreste incontrare qualche leggerissima difficoltà.  Così scrive Mattia Feltri su “La stampa” del 17 gennaio. E continua con l’elenco, lunghissimo, di tutte (ma saranno proprio tutte?) le etnie che hanno fatto grande il popolo italiano. Grande proprio perché “bastardo”, miscuglio di geni, crogiuolo di nazioni, melting pot di culture… L’Italia, fin dall’antichità più remota, è un festival dei popoli vivente. E’ indubbiamente il Paese più contaminato, e meno puro, d’Europa. Per fortuna. Altrimenti non saremmo quello che siamo. Essere l’approdo preferito di secoli di migrazioni, fa parte della nostra identità mediterranea. Anzi del nostro DNA.

Facciamo un test? Del DNA

Come parte di una più ampia iniziativa chiamata Dna Journey, ad aprile 2016 il sito di ricerca viaggi Momondo ha invitato 67 persone provenienti da tutto il mondo a partecipare a un progetto, che è stato documentato con un filmato. Le persone hanno accettato di sottoporsi al test del Dna per scoprire di più sulle proprie origini, in questo video http://www.lastampa.it/2016/06/09/multimedia/societa/il-dna-racconta-davvero-chi-siamo-sicuri-di-essere-italiani-al-hKzRlQsagdmxO8vkjpkFSJ/pagina.html  si vede cosa hanno scoperto. Ora 500 persone in tutto il mondo avranno la possibilità di mappare il proprio profilo genetico grazie a quest’iniziativa e quindi scoprire da dove provengono. Una ricerca che, oltre ad avere ragioni commerciali legate all’attività della Momondo, ha anche un evidente intento antirazzista. Volete provare anche voi? Nulla di più semplice. Basta andare in rete e richiedere l’apposito kit.

Magari non fratelli, ma un po’ cugini

Qual è stato il risultato “sconvolgente” del test? Si sa che il nostro DNA è composto per il 50% da quello di nostra madre e dall’altro 50% da quello di nostro padre. Funziona allo stesso modo anche per i nostri genitori. E così via all’indietro nel tempo per tutti i nostri antenati. I risultati di questo test sono stati sorprendenti per tutti quelli che si sono sottoposti all’esperimento. Una donna, in particolare, ha detto che il test dovrebbe essere obbligatorio per tutti, soprattutto per quelle persone che affermano di essere di una determinata nazionalità al 100%. Oppure che esiste una razza “pura” o “superiore” alle altre. Insomma un sacco di str*** che il test del DNA smentisce categoricamente e, soprattutto, scientificamente.

Guardate il video:

http://www.lastampa.it/2016/06/09/multimedia/societa/il-dna-racconta-davvero-chi-siamo-sicuri-di-essere-italiani-al-hKzRlQsagdmxO8vkjpkFSJ/pagina.html

La violenza peggiore è “figlia” di noi genitori

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In questi giorni le cronache hanno registrato due fatti di violenza gratuita e ingiustificata, tanto incredibili a credersi, quanto gravi. Ma poi, come spesso succede, c’è una “buona notizia” (la terza) a riempirci il cuore di speranza.

La prima: ragazzi uccidono un senza dimora per “noia”

VERONA, 11 GEN – È morto bruciato vivo nella vecchia auto che era divenuta la sua casa, ma chi ha appiccato il fuoco – due minorenni – pensava di fargli “solo uno scherzo”. Hanno 13 e 17 anni i due ragazzi accusati dell’omicidio del senzatetto marocchino Ahmed Fdil, 64 anni, trovato carbonizzato nella vecchia Fiat ‘Bravò la sera del 13 dicembre scorso, a Santa Maria di Zevio (Verona). Si pensò inizialmente ad un incidente, una sigaretta caduta nell’abitacolo. Non era così. Le testimonianze dei residenti, che vedevano spesso i due bulletti infastidire il ‘Baffò – com’era soprannominato Ahmed, benvoluto in paese, perchè non dava fastidio a nessuno – hanno indirizzato le indagini dei Carabinieri su una pista ben diversa. Le telecamere di sicurezza hanno fatto il resto. Prima di Natale – ma la notizia è emersa in questi giorni – gli investigatori sono andati a casa dei due ragazzini, un 17enne, e un 13enne, figli di genitori stranieri ben inseriti nella comunità. E poco alla volta hanno fatto emergere il terribile “segreto” che i due s’erano imposti di mantenere. Nessun incidente, nessun mozzicone di sigaretta, ma un omicidio. Toccherà ai giudici stabilire se preterintenzionale o volontario. È stato il 13enne a fare le prime ammissioni davanti al Pm della Procura di Verona. “Era uno scherzo, non l’abbiamo fatto apposta”, si sarebbe giustificato l’adolescente. I magistrati di Venezia dovranno accertare se la versione fornita dal 13enne sia vera. Chi ha visto i due ragazzini infastidire il senzatetto, ha raccontato che spesso gli tiravano sassi, e gli lanciavano i petardi verso la macchina. Potrebbero quindi essere stati dei botti, e non la carta, a far partire il fuoco. (ANSA)

La seconda: una coppia di genitori picchia un prof colpevole di aver rimproverato il loro figlio

SIRACUSA, 10 GEN. – Una coppia di genitori di Avola è stata denunciata dai carabinieri per aver picchiato l’insegnante di educazione fisica del loro figlio dodicenne. L’aggressione è avvenuta nella tarda mattinata di oggi nel cortile dell’istituto Vittorini di Avola dove i genitori dello studente, lui 47 anni, lei 33 anni, entrambi impiegati, si erano recati dopo essere stati contattati col cellulare dal figlio che avrebbe detto di essere stato rimproverato dal docente. La coppia ha aggredito, sotto gli occhi degli altri alunni, a calci e a pugni l’insegnante, costretto a fare ricorso alle cure dei medici dell’ospedale “Di Maria” di Avola che gli hanno riscontrato la frattura di una costola. I carabinieri  hanno avviato un’indagine e al termine degli accertamenti hanno denunciato la coppia con l’accusa di lesioni ed interruzione di pubblico servizio. (AGI)

 

La terza: un papà costruisce a mano una strada per fare andare i figli a scuola

Spinto dalla motivazione di dare un’educazione ai suoi figli, il venditore di frutta indiano Jalandhar Nayak, 45 anni, analfabeta, ha scavato a mano da zolle e roccia una strada di 8 chilometri che va dal suo piccolo villaggio di Gumsahi alla scuola di Phulbani. Per completare oltre la metà del percorso l’uomo ha impiegato due anni, con 8 ore di scavi quotidiani a colpi di piccone, zappa e scalpello per aggirare lo sperone di roccia che costringeva i suoi tre bambini a impiegare oltre tre ore per andare e venire dalle lezioni, in ogni condizione atmosferica. Alla fine la sua impresa è stata segnalata dalla gente del posto a un quotidiano regionale che ha trasformato Nayak in un eroe popolare e, di conseguenza, il governo lo ha premiato con uno stipendio adeguato al lavoro svolto. “I miei bambini avevano difficoltà a camminare sulle pietre – ha raccontato Nayak – Li avevo visti spesso inciampare contro le rocce”. Da qui la decisione di rimboccarsi le maniche e scavare la strada attraverso le colline.

Ci aspetta un compito educativo immane: dare noi, genitori, il buon esempio

Le tre notizie offrono uno spaccato, nel bene e nel male, di quello che possono essere i nostri figli oggi: crudeli e spietati senza rendersene conto (perché forse non ci sono genitori che hanno educato le loro coscienze), viziati “figli di papà” (che usano i genitori come killer al soldo di un boss mafioso), e poveri ragazzi il cui unico sogno è quello di andare a scuola (e poter imparare a leggere e scrivere). Grazie all’impresa eroica di un padre, Nayak, che resterà sempre nei loro cuori (e che a noi, al solo pensiero, mette i brividi…). Probabilmente Nayak non sa nulla di Barbiana, ma don Lorenzo sarebbe orgoglioso di lui (e dei suoi figli).

 

Papa: “Basta fomentare la paura per i migranti a fini elettorali”

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L’Osservatore Romano

 

Siamo ormai in campagna elettorale e mai come oggi risuonano quanto mai attuali le parole pronunciate da Papa Francesco lo scorso novembre per la giornata mondiale della Pace del 1° gennaio. Bergoglio infatti condannava «Quanti fomentano la paura nei confronti dei migranti, magari a fini politici, anziché costruire la pace, seminano violenza, discriminazione razziale e xenofobia, che sono fonte di grande preoccupazione per tutti coloro che hanno a cuore la tutela di ogni essere umano». I migranti, prosegue il Papa, non sono altro che «uomini e donne, bambini, giovani e anziani che cercano un luogo dove vivere in pace». E che per trovarlo «sono disposti a rischiare la vita in un viaggio che in gran parte dei casi è lungo e pericoloso, a subire fatiche e sofferenze, ad affrontare reticolati e muri innalzati per tenerli lontani dalla meta».

Il Papa ci invita dunque ad abbracciare «tutti coloro che fuggono dalla guerra e dalla fame o che sono costretti a lasciare le loro terre a causa di discriminazioni, persecuzioni, povertà e degrado ambientale». Anche se, ammonisce, «aprire i nostri cuori alla sofferenza altrui non basta»: «Ci sarà molto da fare prima che i nostri fratelli e le nostre sorelle possano tornare a vivere in pace in una casa sicura». In tal senso urge «un impegno concreto, una catena di aiuti e di benevolenza, un’attenzione vigilante e comprensiva, la gestione responsabile di nuove situazioni complesse che, a volte, si aggiungono ad altri e numerosi problemi già esistenti, nonché delle risorse che sono sempre limitate».

 

Monito ai governanti

I responsabili della cosa pubblica, aggiunge il Papa, «hanno una precisa responsabilità verso le proprie comunità, delle quali devono assicurarne i giusti diritti e lo sviluppo armonico». A loro spetta dunque un «discernimento» così da «spingere le politiche di accoglienza fino al massimo dei limiti consentiti dal bene comune rettamente inteso, considerando cioè le esigenze di tutti i membri dell’unica famiglia umana e il bene di ciascuno di essi». In questo modo le città, «spesso divise e polarizzate da conflitti che riguardano proprio la presenza di migranti e rifugiati», possono trasformarsi in «cantieri di pace».

Capovolgiamo la prospettiva

Migranti e rifugiati, afferma infatti, «non arrivano a mani vuote: portano un carico di coraggio, capacità, energie e aspirazioni, oltre ai tesori delle loro culture native, e in questo modo arricchiscono la vita delle nazioni che li accolgono». Mutando lo sguardo sarà quindi possibile «scorgere anche la creatività, la tenacia e lo spirito di sacrificio di innumerevoli persone, famiglie e comunità che in tutte le parti del mondo aprono la porta e il cuore a migranti e rifugiati, anche dove le risorse non sono abbondanti».

 

La strategia dell’accoglienza

Ancora, bisogna «promuovere» – scrive Francesco – nel senso di «assicurare ai bambini e ai giovani l’accesso a tutti i livelli di istruzione» al fine di «coltivare e mettere a frutto le proprie capacità», ma anche essere maggiormente in grado «di andare incontro agli altri, coltivando uno spirito di dialogo anziché di chiusura o di scontro». Infine, «integrare» che «significa permettere a rifugiati e migranti di partecipare pienamente alla vita della società che li accoglie, in una dinamica di arricchimento reciproco e di feconda collaborazione nella promozione dello sviluppo umano integrale delle comunità locali».

Parole profetiche quelle di Papa Francesco, che ci interrogano profondamente e scuotono le nostre comunità cristiane troppo spesso appiattite sui luoghi comuni a difesa del “quieto vivere”. Quel “quieto vivere” troppo spesso invocato a sproposito anche dai nostri politici, alla caccia di voti e di consenso.

 

http://www.corriere.it/cronache/17_novembre_24/migranti-l-accusa-papa-si-fomenta-paura-fini-elettorali-8b78bc42-d106-11e7-a924-c9d9ad888b7b.shtml

Tutti uniti contro i fascismi (di ieri e) di oggi

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ANSA

Dopo l’irruzione del Veneto Fronte Skinheads durante una riunione del comitato “Como senza frontiere” e i successivi raid alle redazioni di “Repubblica” e “L’Espresso”, sabato scorso 9 dicembre, si è svolta a Como una grande manifestazione contro tutti i fascismi e per i diritti dal titolo #e questo è il fiore che ha radunato insieme migliaia di persone, tra cui moltissimi giovani.

 

(Duilio Piaggesi)
(Duilio Piaggesi)

“Contro i rigurgiti fascisti e chi inneggia all’intolleranza la miglior risposta è la partecipazione, la solidarietà, l’impegno per i valori della Costituzione. Sono idealmente insieme a tutte le persone che hanno scelto di essere a Como oggi.#equestoèilfiore”. Così il Presidente del Senato, Pietro Grasso, su twitter.

 

ANSA/FLAVIO LO SCALZO

(Duilio Piaggesi)

Una manifestazione bellissima, e necessaria, per tutti gli italiani. Perché sono tanti i valori che ci uniscono, ma quello più profondo è l’antifascismo. Sono stati letti alcuni brani di Calamandrei, Pertini, Fenoglio e Berlinguer.

Un cartello recita “Restiamo umani, restiamo antifascisti”, con fermezza senza urlare. Perché, come sottolinea un caro amico, “l’opposto del fascismo non è il comunismo, ma la democrazia!”

(Foto Andrea Butti-LaPresse)

Francesco, 14 anni studente al linguistico: “Bisogna scendere in piazza in tanti, più che si può. Sennò i fascisti capiscono che siamo in pochi e deboli, si ringalluzziscono, e pensano di poter fare quello che vogliono”. Pietro studia giurisprudenza a Milano: “Lo ius soli è un punto fondamentale di oggi. Vedere bambini nati qui che non vengono riconosciuti come italiani. E noi che non facciamo niente”.

 

ANSA/FLAVIO LO SCALZO
(Duilio Piaggesi)

Se voi volete andare in pellegrinaggio nel luogo dove è nata la nostra Costituzione, andate nelle montagne dove caddero i partigiani, nelle carceri dove furono imprigionati, nei campi dove furono impiccati, dovunque è morto un italiano per riscattare la libertà e la dignità: andate lì, oh giovani, col pensiero, perché lì è nata la nostra Costituzione». (Piero Calamandrei, discorso agli studenti milanesi il 26 gennaio 1955)

https://youtu.be/4yM0KHv5d9o

Michele, noi di I CARE siamo tutti con te

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Pubblichiamo le lettere che l’amico Michele Gesualdi, già allievo di don Lorenzo Milani e presidente della Provincia di Firenze, nonché presidente della Fondazione don Milani, ha indirizzato dapprima ai presidenti di Camera e Senato e, poi, in risposta a Michele Gigli presidente del “Movimento per la Vita” sulle pagine del quotidiano cattolico “Avvenire”. Pensiamo che il pensiero di Michele, riguardo alla legge sul fine vita, possa essere condiviso da molti di noi, cattolici e non.

Da tre anni la Sclerosi laterale amiotrofica lo consuma, lo «tortura», lo ha trasformato «in un scheletro rigido come se fosse stato immerso in una colata di cemento». Ma la sua mente, i suoi occhi, sono sempre gli stessi. Così, Michele Gesualdi, ha deciso di scrivere ai presidenti della Camera e del Senato, Laura Boldrini e Piero Grasso, e a tutti i presidenti dei gruppi parlamentari, per implorarli ad accelerare l’approvazione della legge sul testamento biologico. Due volte presidente della Provincia di Firenze, storico sindacalista Cisl, Gesualdi è stato uno dei primi sei allievi della scuola di don Milani, a Barbiana. Fu il prediletto di Don Lorenzo, ancora oggi presidente della Fondazione che ne porta testimonianza. «Mio babbo è un cattolico di ferro — spiega la figlia Sandra — aveva scritto la lettera da mesi ma non l’aveva voluta spedire perché aveva paura di creare compassione e soprattutto paura di essere strumentalizzato. Per lui volontà e dignità della persona devono essere al centro di tutto. Ma la sua lettera non è nel modo più assoluto un’apertura all’eutanasia». Michele Gesualdi, nella lettera, racconta il suo dolore e quello dei suoi famigliari. Ripete più volte la parola «tortura».

 

Lettera ai presidenti di Camera e Sentao

Carissimi,
mi chiamo Michele Gesualdi, qualcuno di voi probabilmente ha sentito parlare di me perché sono stato presidente della Provincia di Firenze per due legislature e allo scadere dei mandati sono stato sostituito da Matteo Renzi. Oggi vi scrivo per implorarvi di accelerare l’approvazione della legge sul testamento biologico, con la dichiarazione anticipata di volontà del malato, perché da tre anni sono stato colpito dalla malattia degenerativa Sla e alcuni sintomi mi dicono che il passaggio al mondo sconosciuto potrebbe non essere lontano. I medici mi hanno informato che in caso di grave crisi respiratoria può essere temporaneamente superata con tracheotomia come in caso di ulteriore difficoltà a deglutire si può ricorrere alla Peg (gastrotomia endoscopica percutanea). La Sla è una malattia spaventosa, al momento irreversibile e incurabile. Avanza, togliendoti giorno dopo giorno un pezzo di te stesso: i movimenti dei muscoli della lingua e della gola, che tolgono completamente la parola e la deglutizione, i muscoli per l’articolazione delle gambe e delle braccia, quelli per il movimento della testa, respiratori e tutti gli altri. Alla fine rimane un scheletro rigido come se fosse stato immerso in una colata di cemento. Solo il cervello si conserva lucidissimo insieme alle sue finestrelle, cioè gli occhi, che possono comunicare luce ed ombre, sofferenza, rammarico per gli errori fatti nella vita, gioia e riconoscenza per l’affetto e la cura di chi ti circonda. Se accettassi i due interventi invasivi mi ritroverei uno scheletro di gesso con due tubi, uno infilato in gola con attaccato un compressore d’aria per muovere i polmoni e uno nello stomaco attraverso il quale iniettare pappine alimentari. Per quanto mi riguarda in modo molto lucido ho deciso di rifiutare ogni inutile intervento invasivo ed ho scritto la mia decisione chiedendo a mia moglie di mostrarla ai medici affinché rispettino la mia volontà. Quando mia moglie e i miei figli mi hanno visto ridotto ad uno scheletro dovuto alla difficoltà di deglutire, mi hanno implorato di accettare almeno l’intervento allo stomaco per essere alimentato artificialmente, perché sarebbe stato un dono anche un solo giorno in più che restavo con loro. Questo mi ha messo in crisi e ho ceduto anche per sdebitarmi un po’ nei loro confronti. A cosa fatta, confermo tutti i motivi dei miei rifiuti, che consistono nel fatto che non sono interventi curativi, ma solo finalizzati a ritardare di qualche giorno, o qualche settimana, l’irreparabile, che per il malato significa solo allungare la sofferenza in modo penoso e senza speranza. Per i malati di Sla la morte è certa, e può essere atroce se giunge per soffocamento. C’è chi sostiene che rifiutare interventi invasivi sia una offesa a Dio che ci ha donato la vita. La vita è sicuramente il più prezioso dono che Dio ci ha fatto e deve essere sempre ben vissuta e mai sprecata. Però accettare il martirio del corpo della persona malata quando non c’è nessuna speranza né di guarigione né di miglioramento, può essere percepita come una sfida a Dio. Lui ti chiama con segnali chiarissimi e rispondiamo sfidandolo, come se si fosse più bravi di lui, martoriando il corpo della creatura che sta chiamando, pur sapendo che è un martirio senza sbocchi. Personalmente vivo questi interventi come se fosse una inutile tortura del condannato a morte prima dell’esecuzione. Come tutti i malati terminali negli ultimi cento metri del loro cammino, pregano molto il loro Dio, e talvolta sembra che il silenzio diventi voce e ti dica: «Hai ragione tu, le offese a me sono altre, tra queste le guerre e le ingiustizie sociali perpetrate a danno della umanità. Chi mi vuole bene può combatterle con concrete scelte politiche, sociali, sindacali, scolastiche e di solidarietà». Di fronte a queste parole rimane una grande serenità che ti toglie la voglia di piangere e urlare. Ti resta solo l’angoscia per le persone che ami e che ti amano. Quando mia moglie ha saputo che in caso di crisi respiratoria durante la notte non ha altra scelta che chiamare il 118 e che il medico di bordo o quelli del pronto soccorso possono rifiutarsi di rispettare la volontà del malato e procedere ad interventi invasivi, si è disperata e mi ha detto: «Se ti viene di notte una crisi forte non posso chiuderti in camera e assistere disperata in silenzio a vederti morire. Sarebbe per me un triplice dramma: tremendamente sola di fronte alla tragedia, non poter corrispondere a un tuo desiderio, anche se sofferto da me e dai figli, e l’immenso dolore di perderti». Per l’insieme di questi motivi sono a pregarvi di calarvi in simili drammi e contribuire ad alleviarli con l’accelerazione della legge sul testamento biologico. Non si tratta di favorire l’eutanasia, ma solo di lasciare libero l’interessato, lucido cosciente e consapevole, di essere giunto alla tappa finale, di scegliere di non essere inutilmente torturato e di levare dall’angoscia i suoi familiari, che non desiderano sia tradita la volontà del loro caro. La rapida approvazione della legge sarebbe un atto di rispetto e di civiltà che non impone ma aiuta e non lascia sole tante persone e le loro famiglie.
Michele Gesualdi

Lettera in risposta a Gian Luigi Gigli (Movimento per la Vita)

Gentile direttore,
ho letto con rammarico la posizione di Gian Luigi Gigli (presidente del Movimento per la Vita, ndr) rispetto alla mia lettera inviata a tutti i gruppi parlamentari di Camera e Senato e ai presidenti di quelle Assemblee legislative per implorare l’approvazione della legge sul fine vita. E vorrei replicargli.
«Caro Gigli, sento nelle premesse e nel tono la voglia di sporcare di polemica un grido di dolore e di dignità affinché la politica svolga il suo compito con il coraggio di scegliere. Senza ideologie ma nella consapevolezza, come afferma papa Francesco nella Evangelii gaudium, che “la realtà è superiore all’idea” ed è alla realtà che bisogna guardare ispirati dal valore alto della dignità della persona umana nella sua integrità. Per questo ho implorato i gruppi parlamentari di approvare una legge con la quale si rispetti la volontà del malato colpito da patologia degenerativa senza speranza di guarigione e con la quale non essere torturato con interventi invasivi. Mi risponde parlando di amarezza, di strumentalizzazioni e addirittura del male che il mio appello potrebbe fare ad altri malati. Le sue considerazioni sulla Sla le conoscevo già, naturalmente, e le utilizza solo per dirmi che non vuole una legge. I diritti dei malati e le loro sofferenze reali passano in secondo piano. Sta qui la differenza. Io vorrei una legge a favore di chi soffre e che dia certezze anche ai loro cari, oltre ogni ideologia, lei, caro Gigli, probabilmente “spera di dare una spallata a un iter legislativo messo in forse dall’imminente chiusura della legislazione” e che vada nel dimenticatoio.
Nella mia lettera pongo il caso in cui dovessi essere colpito di notte da crisi respiratoria e il 118 mi porti al pronto soccorso e magari vi giunga in stato di incoscienza: il medico di turno, per non avere noie con l’attuale legge che gli impone comunque di trattare il paziente, può non ascoltare i familiari e rispettare la mia volontà e praticarmi la tracheotomia. La sua risposta è un’opinione, non una certezza. Lo dimostra la posizione di altri medici, che da cattedre prestigiose come la sua sostengono pubblicamente che una legge chiara solleverebbe e aiuterebbe anche loro. Poi mi cita don Lorenzo e il mio essere cattolico quasi per dirmi che i cattolici non devono parlare di queste cose e che la mia lettera può far addirittura del male. Don Lorenzo è stato un sacerdote che ha scelto senza mezzi termini di stare con la Chiesa dei poveri e ha speso la sua vita per dar loro dignità religiosa e sociale attraverso la scuola. Col coraggio di parlare sempre chiaro al mondo cattolico e ai superiori della sua Chiesa fiorentina, mentre non capito è stato mandato in esilio a Barbiana per farlo tacere. Lui ha sempre ubbidito perché aveva scelto la Chiesa per i suoi sacramenti che valevano molto di più delle sue idee. Ma questo non gli ha impedito di parlare sempre chiaramente. Lo ha rivalutato papa Francesco e sono tra quelli che considero il suo papato un gran dono che Dio ha fatto alla Chiesa e all’umanità intera.
Anch’io ho cercato di camminare, per tutta la mia vita, nei binari dei grandi valori cattolici e tra questi c’è la difesa del dono della vita, quindi non mi troverà mai a sostenere o praticare l’eutanasia. Ma nei confronti di quelle creature che non sono sorrette da tali valori e fanno questa drammatica e traumatizzante scelta per accorciare la loro sofferenza dissento con doloroso silenzio perché penso che tra i comportamenti del buon cristiano ci sia quello di mettersi nei panni dell’altro.
Caro Gigli, il male purifica e fa divenire macigni ancora più pesanti le parole del Padre Nostro per la buona condizione della vita : «Rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori… Dacci oggi il nostro pane quotidiano… Liberaci dal male». Siamo inoltre a interrogarci continuamente per capire cosa Dio vuole da noi coi segnali che ci dà. A me ha tolto la parola e mi ha spinto a prendere la penna in mano per continuare a testimoniare ai ragazzi di oggi le scelte coraggiose di don Lorenzo raccontando la sua esperienza. E oggi trovandomi nel dolore dei malati terminali e in quello dei propri cari ho interpretato che dovessi impegnarmi a sollecitare il Parlamento ad approvare rapidamente una giusta ed equa legge sul fine vita. Una legge che conceda dignità di essere umano a me e ai tanti malati, e alle loro famiglie che vivono in solitudine il loro dramma».
Michele Gesualdi

“Accogliere i migranti a braccia aperte”. Ecco l’imperativo morale di Papa Francesco

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Impossibile ormai stare al passo con Papa Francesco sul tema migranti. Se infatti qualche tempo fa, le parole del pontefice a favore dell’accoglienza potevano fare scalpore e suscitare la reazione dei media, oggi ormai l’atteggiamento misericordioso e caritativo di Bergoglio nei riguardi dei migranti è una costante del suo pontificato (e suscita purtroppo ancora mal di pancia a qualche cattolico “lumbard”).

Vogliamo quindi celebrare la fratellanza tra il Papa e i migranti, non con le parole (se ne sono già dette tante), ma con una piccola fotogallery (Bologna, 1 ottobre 2017), che speriamo susciti in noi una sana voglia di emulazione. L’incontro con i fratelli di tutto il mondo non può che passare attraverso il dialogo.

Pope Francis wears a yellow plastic ID bracelet as he shakes hand with a man during a visits at a migrant's reception centre during a pastoral visit in Bologna, Italy October 1, 2017. Osservatore Romano/Handout via Reuters ATTENTION EDITORS - THIS IMAGE WAS PROVIDED BY A THIRD PARTY. NO RESALES. NO ARCHIVE. TPX IMAGES OF THE DAY
Osservatore Romano/Handout via Reuters
Pope Francis wears an identification bracelet as he shakes hands with with migrants at a regional migrant center, in Bologna, Italy, Sunday, Oct. 1, 2017. Pope Francis is in Cesena and Bologna for a one-day visit. (ANSA/AP Photo/Luca Bruno) [CopyrightNotice: AP]
(ANSA/AP Photo/Luca Bruno) [CopyrightNotice: AP]
Pope Francis leaves after visiting a regional migrant center, in Bologna, Italy, Sunday, Oct. 1, 2017. Pope Francis is in Cesena and Bologna for a one-day visit. (ANSA/AP Photo/Luca Bruno) [CopyrightNotice: Copyright 2017 The Associated Press. All rights reserved.]
(ANSA/AP Photo/Luca Bruno) [CopyrightNotice: Copyright 2017 The Associated Press. All rights reserved.]
Pope Francis poses for a selfie as he arrives at a regional migrant center to meet youths from Africa, in Bologna, Italy, Sunday, Oct. 1, 2017. Pope Francis is in Cesena and Bologna for a one-day visit. (ANSA/AP Photo/Luca Bruno) [CopyrightNotice: Copyright 2017 The Associated Press. All rights reserved.]
(ANSA/AP Photo/Luca Bruno) [CopyrightNotice: Copyright 2017 The Associated Press. All rights reserved.]
Pope Francis delivers his message at a regional migrant center during his meeting with youths from Africa, in Bologna, Italy, Sunday, Oct. 1, 2017. Pope Francis is in Cesena and Bologna for a one-day visit. (ANSA/AP Photo/Luca Bruno) [CopyrightNotice: Copyright 2017 The Associated Press. All rights reserved.]
(ANSA/AP Photo/Luca Bruno) [CopyrightNotice: Copyright 2017 The Associated Press. All rights reserved.]
 

Per approfondire:

http://www.lastampa.it/2017/09/27/vaticaninsider/ita/vaticano/il-papa-accogliamo-gli-immigrati-a-braccia-aperte-e5kYvUUD9oyAF3c2WL816H/pagina.html

Servono tutori per minori non accompagnati. Vuoi fare una buona azione?

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E’ stato pubblicato il 19 luglio scorso sul Bollettino ufficiale di Regione Lombardia (Burl) l’Avviso aperto ad evidenza pubblica per la selezione, la formazione e l’iscrizione negli elenchi dei tutori volontari per i minori stranieri non accompagnati della Lombardia come previsto dalla legge del 7 aprile 2017.

La procedura è finalizzata al reclutamento di volontari che si candidano a esercitare gratuitamente la responsabilità genitoriale per i minori già presenti o in ingresso sul territorio nazionale. Si tratta, come specificato nel bando, di cittadini che dovranno non solo farsi carico della rappresentanza giuridica ma promuovere anche una sorta di “genitorialità sociale” e di cittadinanza attiva, vigilare sul benessere psico-fisico del tutelato, amministrare l’eventuale patrimonio, seguire percorsi formativi, scolastici ma anche di ricongiungimento famigliare dei minori non accompagnati. Possono candidarsi (non è fissato un termine per la presentazione delle domande) i cittadini che abbiamo compiuto il 25° anno di età. I candidati dovranno sostenere un colloquio di idoneità.

Ad oggi, nonostante il clima pesante che condiziona qualsiasi iniziativa a favore dei migranti, pare che vi sia stata una pronta risposta da parte di numerose famiglie italiane.

Per approfondire

https://www.avvenire.it/attualita/pagine/un-tutore-per-i-ragazzi-che-arrivano-da-soli

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