Giù il cappello a Pietro Pinna,il primo obiettore di coscienza italiano

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Il nome di Pietro Pinna non dirà molto alla maggior parte degli italiani. Al massimo, per qualcuno di noi, è un eroe d’altri tempi. Ma almeno oggi dobbiamo ricordarlo. Perché la sua lotta non violenta ha portato frutti di cui beneficiamo ancora oggi. Pietro Pinna è morto l’altro ieri (13 aprile) a Firenze (guarda un po’, i giusti vanno a finire sempre lì…). Aveva 89 anni ed è stato il primo obiettore di coscienza al servizio militare per motivi politici in Italia. Doveva partire per la naja nel 1948, ma si rifiutò. Finì sotto processo nel 1949 e il Tribunale militare di Torino lo condannò per il reato di disobbedienza.

Nel frattempo, in Parlamento comparivano le prime proposte affinché per gli obiettori fosse riconosciuta la possibilità di essere destinati a “servizi dove non si uccide, ma si può essere uccisi”.  Più tardi, con Aldo Capitini, fu tra i fondatori del Movimento Nonviolento e organizzò la prima Marcia per la pace Perugia-Assisi, 1961. E’ una storia antica, quasi preistorica, per l’Italia in cui il servizio militare obbligatorio non esiste più, esiste un servizio civile nazionale volontario che pochi conoscono. E? soprattutto oggi, con un mondo sull’orlo della Terza guerra mondiale, che bisogna ricordarsi della “guerra di Piero”: contro l’esercito e tutti i “master of war” che infestano il pianeta

Letture consigliate

http://www.repubblica.it/politica/2016/04/14/news/e_morto_pietro_pinna_primo_obiettore_di_coscienza_italiano-137641957/?ref=search

http://nonviolenti.org/cms/

In scena Lorenzo, il musical su Don Milani

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La prima è in programma a Somma Lombardo (VA) al teatro Italia.

Nell’articolo  pubblicato sul quotidiano on line “Varese News”, a firma Maria Carla Cebrelli, si racconta della prima del musical “Lorenzo” in scena a Somma Lombardo il 19 marzo alle ore 21. Lo spettacolo, ispirato alla vita di Don Milani, è interpretato dall’associazione teatrale Tavolo 69 per la regia di Christian Bovio e con le canzoni di Riccardo Ceratti.
«Siamo molto emozionati e felici di portare quest’opera sul palcoscenico e poter condividere il messaggio del priore di Barbiana, figura ancora oggi così attuale – racconta il maestro Ceratti -. Per me l’incontro con gli scritti di Don Milani e la scoperta del suo pensiero è stata una folgorazione e una fonte di ispirazione che mi ha portato a comporre dapprima la canzone “Lorenzo”, interpretata da Gianmarco Natalina, e poi all’idea di uno spettacolo più strutturato».
Il Don Milani presentato agli spettatori sarà brillante e contemporaneo, un amico leggero ma profondo come solo quelli veri sanno essere: «Ho trovato in lui la figura dell’educatore, nel significato più alto del termine, ossia la persona che aiuta gli altri a cambiare in meglio e che proprio in questo modo contribuisce a cambiare la società».

Per maggiori approfondimenti

http://www.varesenews.it/2016/03/in-scena-lorenzo-il-musical-su-don-milani/492275/

Il paese rinato grazie agli immigrati

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Sutera, piccolo centro dell’entroterra siculo, sarebbe “morto” per emorragia demografica, invece…

Questa di Sutera, il paese che ha deciso di aprirsi al mondo per non morire, è una storia che sta arrivando lontano. Pubblicata prima dal settimanale americano Time, poi da un importante quotidiano canadese che ha mandato qui un suo reporter, è la storia di chi, innanzitutto, non vuole tradire se stesso. «Sutera è un paese di emigranti – dice il sindaco Giuseppe Grizzante – nei Sessanta eravamo più di 5 mila abitanti, ora non arriviamo a 1500. I ragazzi partono, sono sempre partiti. Per la Fiat di Torino, per la Necchi di Pavia, per il Nord Europa». Contadini in Inghilterra, minatori in Germania. E dopo tante partenze, a Sutera hanno pensato che fosse venuto il momento di ospitare qualche arrivo. «Nei nostri viaggi, abbiamo sempre sperato di essere accolti in modo dignitoso» dice il professore volontario Mario Tona (insegna come volontario italiano agli immigrati). «Quello che cerco di fare, il più possibile, è rendere questi ragazzi indipendenti». Attraverso la lingua.

L’idea era nata dopo il naufragio del 3 ottobre 2013 a Lampedusa, quello dei 366 morti. Ma iniziare non è stato facile. Alcuni anziani del paese avevo espresso molti dubbi e paure. Per superarle, a differenza di quello sta succedendo in molte parti d’Italia, dove i migranti sono confinati in posti periferici e tenuti scientificamente a distanza, qui si è scelta la strada opposta. Regole chiare e massima integrazione. Il Comune mette a disposizione un alloggio per ogni nucleo famigliare, perché la privacy è sacra. Stanno nel centro storico. Nei quartieri antichi che portano nomi arabi, come Rabato e Rabatello. Lavorano come commessi nei negozi di Sutera. Ma forse, il momento in cui si è capito che l’esperimento stava davvero funzionando, è andato in scena poco prima di Natale. Quando proprio il nigeriano Chris Richy, vestito come uno dei Re Magi, ha preso parte al presepe vivente, il grande orgoglio del paese, una celebrazione che porta a Sutera 15 mila persone ogni anno.

Le famiglie stanno qui il tempo necessario a capire se verrà accettata la domanda di asilo politico, circa due anni. L’idillio prevede lezioni di Italiano obbligatorie, due corsi alla settimana. E patti chiari: vietato bere alcolici in casa, vietato tenere gli appartamenti in disordine, lavatrici solo in orario serale per ragioni di risparmio. Ad occuparsi di ogni cosa, sono sei operatrici della cooperativa «I girasoli». Una si chiama Mariella Cirami, ha 28 anni e ci mette un mucchio di passione: «Sono molto fortunata – dice – ogni giorno ci confrontiamo con il mondo. Ringrazio per questa opportunità e per quello che sta succedendo qui. I bambini di Sutera sono pochi, ma adesso giocano con i figli dei migranti. Il prossimo nascerà fra un mese».

Nessuno nega che questa sia anche un’occasione economica. Ogni anno il Comune riceve 263 mila euro per gestire l’accoglienza. Sono posti di lavoro, alloggi affittati che prima erano vuoti, incentivi all’assunzione per i commercianti. Ma è soprattutto vita messa in circolo, come aprire le finestre dopo anni al chiuso. «Stiamo semplicemente facendo quello che altre persone hanno fatto per noi», dice il professor Tona.

http://www.lastampa.it/2016/02/12/italia/cronache/il-paese-che-doveva-morire-si-apre-al-mondo-nuovo-e-scopre-di-avere-un-futuro-NCs6MZs2x07eqNs4TZGBOK/pagina.html

Emilia Kamvysi e le “nonnine” dei migranti

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Emilia Kamvysi, simbolo dell'accoglienza dell'isola di Lesbo ai migranti, tiene in mano la foto in cui fu immortalata, Skala Sykaminias, 13 febbraio 2016. La 'nonnina', che in paese chiamano Militza, fu immortalata in una foto diventata subito virale sul web, mentre dava il biberon al figlio neonato di una giovane profuga. ANSA/ LAURENCE FIGA'-TALAMANCA
Emilia Kamvysi, simbolo dell’accoglienza dell’isola di Lesbo ai migranti, tiene in mano la foto in cui fu immortalata, mentre dava il biberon al figlio neonato di una giovane profuga. La foto è diventata virale sul web. ANSA
Emilia Kamvysi, simbolo dell'accoglienza dell'isola di Lesbo ai migranti, con le sue amiche di sempre, Mariza (85 anni) e Efstratya (90), con cui passa i suoi pomeriggi, Skala Sykaminias, 13 febbraio 2016. ANSA/ LAURENCE FIGA'-TALAMANCA
Emilia Kamvysi, a destra nella foto, con le sue amiche di sempre, Mariza (85 anni) e Efstratya (90), con cui passa i suoi pomeriggi a Skala Sykaminias. ANSA

La lezione di chi accoglie veramente i migranti in barba alle regole europee

Durante la sua recente visita all’isola greca di Lesbo, terra-simbolo dove approdano la gran parte dei migranti che fuggono da guerre e violenze, Laura Boldrini ha fatto visita a Emilia Kamvisy (nella foto) che con le sue amiche, anch’esse ottuagenarie, è diventata il simbolo dell’Europa che accoglie i migranti. La presidente della Camera ha dichiarato: “Ho voluto dire grazie a Emilia Kamvysi (83), Mariza (85) e Stratia (90) Maurirapitos – le signore ritratte in una foto che ha fatto il giro del mondo mentre allattano il neonato di due profughi siriani arrivati stremati a Lesbo. Questo semplice gesto di umanitá è valso loro la candidatura al Premio Nobel”.

 

Anche a Sanremo qualcosa di buono

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Italian musician Ezio Bosso performs on stage during the Sanremo Italian Song Festival at the Ariston theater in Sanremo, Italy, 10 Februaty 2016. The 66th Festival della Canzone Italiana runs from 09 to 13 February. ANSA/ETTORE FERRARI
 ANSA/ETTORE FERRARI

E’ un paradosso, ma anche nella superficialità della kermesse canora si possono manifestare perle di bellezza

“Noi uomini tendiamo a dare per scontate le cose belle. La vita è fatta di dodici stanze: nell’ultima, che non è l’ultima, perché è quella in cui si cambia, ricordiamo la prima. Quando nasciamo non la possiamo ricordare, perché non possiamo ancora ricordare, ma lì la ricordiamo, e siamo pronti a ricominciare e quindi siamo liberi”. La presenza di Ezio Bosso (torinese, compositore e direttore d’orchestra) sul palco del Festival di Sanremo è stata davvero una fortuna.
Il momento di Bosso è di quelli che rimane. Le lacrime dell’orchestra, lo stupore in sala e la commozione a casa. Nessuno si aspettava una sopresa del genere in un contesto spesso caratterizzato dall’effimero e dal sensazionalismo. Rimarranno nella memoria alcune “massime” che l’artista ha pronunciato con una spontaneità emozionante.

“La musica, come la vita, si può fare solo insieme” ci ha ricordato come se fosse una regola da conservare.

“La musica è magia, non a caso chi dirige un’orchestra ha la bacchetta”.

E poi quella dignità di affrontare la malattia (la SLA) con il sorriso, con la grinta, con la forza della speranza. Una magia appunto, inaspettata e fortemente delicata.
E il pianoforte: note che sono giunte direttamente al cuore di ciascuno, tempo sospeso e magia assoluta.

R.I.P. Conchita!

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The anti-nuclear-proliferation vigil stationed along Pennsylvania Avenue on the edge of Lafayette Square Park is maintained across from the White House in Washington, Tuesday, Jan. 26, 2016. Concepcion Picciotto, the protester who maintained a peace vigil for more than three decades died Monday, Jan. 25, 2016. (AP Photo/Carolyn Kaster)

Peace protestor Concepcion Picciotto smiles as she meets some students from her home country of Spain as she continues her 24- hour-a-day peace vigil against nuclear weapons, Tuesday, Sept. 19, 2006, in Lafayette Park across from the White House in Washington. Piccioto has been active with the peace vigil since 1981 through four presidents and she says that not one of them have ever invited her in or sent anyone in his name to talk to her. (AP Photo/Ron Edmonds)

Peace protestor Concepcion Picciotto sits in the snow as she continues her 24-hour-a-day peace vigil in Lafayette Park across from the White House in Washington, Wednesday, Feb. 10, 2010. Picciotto, an immigrant from Spain who has been active with her peace vigil since 1981, said she has been sleeping under a plastic tarp during the snow storm. A blizzard howled up the East Coast on Wednesday, making roads from Baltimore to New York City so treacherous that even plow drivers pulled over and bringing more misery to a Mid-Atlantic region poised to have its snowiest winter on record. (AP Photo/Charles Dharapak)

Peace protestor Concepcion Picciotto sits in the snow as she continues her 24-hour-a-day peace vigil in Lafayette Park across from the White House in Washington, Wednesday, Feb. 10, 2010. Picciotto, an immigrant from Spain who has been active with her peace vigil since 1981, said she has been sleeping under a plastic tarp during the snow storm. A blizzard howled up the East Coast on Wednesday, making roads from Baltimore to New York City so treacherous that even plow drivers pulled over and bringing more misery to a Mid-Atlantic region poised to have its snowiest winter on record. (AP Photo/Charles Dharapak)

Se n’è andata così, il 25 gennaio scorso presso una casa di accoglienza non-profit che accoglieva i senza fissa dimora. Concepcion Picciotto, la pasionaria della Pace, sempre attiva, fin dal 1981 (!!!) nelle veglie per la Pace davanti alla Casa Bianca. Originaria della Spagna, era emigrata negli Stati Uniti. Conchita ha messo in atto di fronte alla Casa Bianca la più lunga e determinata protesta contro il proliferare delle armi, soprattutto quelle nucleari. In questi ultimi giorni per continuare la veglia per la Pace, nonostante la terribile bufera di neve che aveva colpito Washington, aveva dormito sotto un telo di plastica in Lafayette Park, davanti alla Casa Bianca. Ci piace ricordarla così. Inamovibile davanti al palazzo del potere mondiale. Ma, ora che se l’è portata via la tormenta, aleggia nell’aria, un fischio: Pace… Pace… Pace….

 (AP Photo / Charles Dharapak / Ron Edmonds / Carolyn Kaster)

Kenya, muore l’insegnante musulmano che salvò cristiani da al-Shabaab

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Salah Farah, dopo un mese all’ospedale di Nairobi, è deceduto per le ferite riportate. La polizia ha scortato la salma a Mandera, dove lavorava come vice preside in una scuola locale. Il capo delle forze dell’ordine: “E’ un vero eroe. Morto per proteggere innocenti”
di KATIA RICCARDI

NAIROBI – Eroi che muoiono in silenzio. Come Salah Farah, un insegnante keniota di religione islamica, ucciso per aver protetto alcuni cristiani. Morto per salvare dalla morte un diverso paradiso.
Il 21 dicembre, al-Shabaab, formazione islamista e cellula somala di al-Qaeda, ha teso un’imboscata a un autobus che si stava dirigendo a Mandera, città nel nord-est del Kenya. Col volto coperto, armati, in tuta mimetica, i militanti hanno fatto scendere i passeggeri e cominciato la loro caratteristica conta mortale. I musulmani da una parte, i cristiani dall’altra, due gruppi separati per ucciderne uno solo, in nome della sharia. Ma questa volta i passeggeri musulmani si sono rifiutati di collaborare.

“Gli abbiamo chiesto di ucciderci tutti o di lasciarci andare” ha raccontato Salah Farah al Daily Nation dopo l’attacco. Anche lui si trovava sul bus. “Appena abbiamo parlato hanno sparato a un ragazzo, e a me”.
Il 18 gennaio, Farah, dopo un mese trascorso al Kenyatta National Hospital di Nairobi, è morto per le ferite riportate. La polizia ha scortato il suo corpo a Mandera, dove viveva e lavorava come vice preside in una scuola locale.
“E’ un vero eroe” ha detto di lui il capo della polizia keniota, Joseph Boinnet, “è morto per proteggere innocenti”.
“Siamo fratelli”, ha detto Farah a Voice of America all’inizio di questo mese. “E’ la religione a fare la differenza, quindi chiedo ai miei fratelli musulmani di prendersi cura dei cristiani in modo che i cristiani possono prendersi cura di noi”.
Farah era musulmano, prima di morire ha fatto in tempo a raccontare che si era rifiutato di sacrificare i passeggeri cristiani perché credeva fermamente nella convivenza pacifica tra musulmani e non musulmani. E quel giorno sull’autobus non è rimasto solo, altri passeggeri musulmani a bordo lo hanno affiancato, dando i loro veli ai cristiani perché si confondessero, perché non fossero riconoscibili. Mentre passeggeri e militanti si trovavano faccia a faccia, sulla strada polverosa era arrivato un camion. Sospettando fosse la polizia, i terroristi si erano nascosti dietro un cespuglio. Approfittando della pausa, i passeggeri erano saliti sul bus e scappati. Un vigile urbano e il conduttore del camion sono stati uccisi. Al-Shabaab ha rivendicato la responsabilità per l’attacco.

http://www.repubblica.it/esteri/2016/01/21/news/kenya_al_shabaab_islam_eroe_morto-131742071/?ref=HREC1-16

«No a leva (e violenze)»: israeliana in cella

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In prigione per essersi rifiutata di prestare il servizio militare obbligatorio. Dal 10 gennaio, una diciannovenne israeliana si trova nel carcere militare numero 6 di Tel Aviv per aver scelto l’obiezione di coscienza.

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Si chiama Tair Kaminer, viso tondo e occhi vispi dietro una grande montatura di occhiali neri. «Qualche mese fa – aveva scritto sulla sua pagina Facebook prima di essere portata in cella – ho concluso un anno di volontariato con gli scout israeliani a Sderot. Tra pochi giorni andrò in prigione», perché in Israele il servizio militare è obbligatorio. A Sderot, cittadina di confine con Gaza, Tair ha lavorato a contatto con bambini che vivono in una zona di guerra.
Vedendo in loro «insidiarsi l’odio, sin dalla tenera età», la giovane volontaria ha deciso di non prestare il servizio militare che ha luogo comunemente dopo le scuole superiori. La punizione per diserzione, prevista dalla legge israeliana, prevede 20 giorni di carcere, rinnovabili finché l’obiettore non cambia idea. È così che hanno fatto avanti e indietro in prigione, per anni, noti disertori che, oggi, hanno il supporto del (davvero esiguo) movimento di obiettori di coscienza. Gruppi come Yesh Gvul, Mesaravot (letteralmente: coloro che si rifiutano) e altri ancora, tutti in contatto nella pagina Facebook “Refusal to serve in the Idf” (Israeli defence forces).
Tair viene da una famiglia particolarmente sensibile al tema dei diritti palestinesi, anche suo cugino, Matan Kaminer, spese complessivamente due anni in prigione per non aver prestato il servizio militare 13 anni fa. «Parlando con alcuni amici – ha detto Tair in un videomessaggio sui social network –, sono stata accusata di ferire la democrazia non obbedendo alle leggi dello Stato. Ma i palestinesi nei Territori occupati – ha osservato la diciannovenne – vivono sotto le leggi del governo israeliano anche se non l’hanno eletto». Dal movimento Mesaravot fanno sapere che al momento «Tair è l’unico obiettore di coscienza in prigione in Israele. Avrebbe potuto scegliere il servizio civile, evitare il carcere e non fare clamore, ma ha deciso con di dare l’esempio a chi come lei vorrebbe contestare il servizio militare, l’occupazione e non ne ha il coraggio».
© riproduzione riservata
http://www.avvenire.it/Mondo/Pagine/No-a-leva-e-violenze-israeliana-finisce-in-cella-.aspx

Reato di clandestinità

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Clandestinità, un reato inutile

Ci saranno oltre seimila i migranti e rifugiati provenienti dalle diocesi del Lazio ad assistere domenica prossima all’Angelus del Papa per poi attraversare la Porta Santa con la Croce di Lampedusa e celebrare la Messa nella Basilica di San Pietro in occasione del Giubileo dei migranti e della Giornata mondiale del migrante e del rifugiato.
Alla conferenza stampa di presentazione della Giornata ha partecipato anche monsignor Gian Carlo Perego, direttore generale della Fondazione Migrantes, che ha sottolineato come siano 27mila i migranti accolti oggi nelle parrocchie, comunità religiose, monasteri e santuari di tutta Italia.
Monsignor Perego ha voluto anche ribadire che «depenalizzare il reato di clandestinità sarebbe un atto di grande intelligenza per il nostro Paese». «Se dovesse permanere il reato – ha aggiunto – proseguirebbe una realtà inutile da tutti i punti di vista che rischia di incrinare lo Stato di diritto: una persona non deve essere penalizzata per uno stato ma solo se commette un reato. Una condizione di vita non può essere un reato». La depenalizzazione insomma «sarebbe un atto importante per far superare le paure irrazionali che, tante volte, fanno dimenticare i diritti fondamentali delle persone».

http://www.avvenire.it/Cronaca/Pagine/giornata-dei-migranti.aspx

Arriva in Italia «Refugees Welcome», l’Airbnb per i profughi tedesco

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Un sito online per mettere a disposizione la propria casa e ospitare i profughi in arrivo

di Silvia Morosi 

Un esempio di solidarietà con lo scopo di favorire la diffusione dell’accoglienza domestica di coloro che chiedono asilo e dei rifugiati. Arriva anche in Italia il network internazionale «Refugees Welcome», nato in Germania nel 2014. Grazie al lavoro volontario e autofinanziato di persone altamente qualificate, il sito opera per mettere in rete professionalità e territori, collaborando con istituzioni pubbliche e associazioni competenti sui temi dell’accoglienza. La finalità principale è quella di contribuire a creare un nuovo modello di inclusione che permetta ai richiedenti asilo e ai rifugiati di inserirsi positivamente e in modo attivo, il prima possibile, nella società italiana. L’idea è venuta a un gruppo di giovani ragazzi berlinesi che hanno messo in piedi un sistema per far fronte ai nuovi arrivi. Il sistema è molto semplice: dopo essersi registrati fornendo informazioni sulla casa che si intende mettere a disposizione, «Refugees Welcome» si occuperà di mettere in contatto l’ospitante con chi ha bisogno di un tetto sopra la testa attraverso una delle organizzazioni umanitarie che operano sul territorio. Il tutto assicurando il massimo supporto possibile per far fronte alle spese, attraverso raccolte fondi e finanziamenti pubblici. «Vogliamo trasmettere il concetto che, in passato, i profughi avevano una vita simile alla nostra: non sono persone diverse da noi, sono state costrette a lasciare la loro vita. Sono persone normali, ma spesso su di loro c’è visione stereotipata e piatta», ha spiegato Fabiana Musicco, co-founder della piattaforma.

Le regole dell’accoglienza

L’accoglienza domestica può essere un’esperienza di reciproco scambio, di conoscenza e responsabilità favorendo l’incontro tra culture e persone differenti e creando così reti sociali e nuovi processi di inclusione. Tutto questo è facilitato dalla tecnologia: grazie a un sito web (www.refugees-welcome.it) attivo da lunedì 21 dicembre, sarà possibile coinvolgere soggetti ospitanti, rifugiati, associazioni e tutor che agiscono da facilitatori sul territorio. In che modo? La piattaforma è composta da differenti sezioni che garantiscono un’assistenza completa e una guida al processo di accoglienza. Chi decide di intraprendere il percorso di ospitalità può registrarsi al sito offrendo una stanza libera nella propria casa per un periodo che va da tre a sei mesi. La permanenza minima di tre mesi è stata fissata affinché le persone prendano responsabilmente a cuore questa esperienza: in Germania ad esempio, in molti decidono di proseguire la convivenza anche dopo i tre mesi iniziali. La piattaforma attiverà inoltre micro campagne di crowdfunding per aiutare a sostenere economicamente le nuove convivenze. Una volta ricevuta una sottoscrizione lo staff di Refugees Welcome intraprende un percorso di conoscenza più dettagliata, attivandosi tramite il contatto diretto del candidato ospitante.

Il ruolo di volontari e crowfunding

Refugees Welcome è già attiva in Lombardia, Piemonte, Toscana, Lazio e Veneto con rapporti avviati con alcune Prefetture e Enti Locali; per le richieste provenienti da altre Regioni l’associazione si attiverà immediatamente per mettersi in contatto con un’associazione con la quale dialogare e con chi desidera conoscere e ospitare un richiedente asilo. L’obiettivo è quello di espandere la rete e le connessioni, garantendo una copertura su tutto il territorio nazionale grazie all’aiuto di volontari e attivando varie forme di crowfunding per il supporto economico dei soggetti ospitanti. «Quello che desideriamo è un cambiamento a 360° della modalità di accoglienza, vogliamo mettere al centro la persona accolta e la comunità accogliente. La prima non può essere lasciata nel limbo del processo di richiesta senza un supporto amicale, la seconda non può essere spettatrice di una politica di inclusione. Solo nel dialogo tra ospite ed ospitante la nostra società potrà crescere e fiorire», sottolineano Germana Lavagna e Matteo Bassoli, fondatori di Refugees Welcome Italia.

Ci ha fatto molto piacere aver ospitato -durante la serata sui migranti organizzata da I CARE al cineteatro “S. Amanzio” lunedì 14 dicembre- Germana Lavagna, proprio di “Refugees Welcome” che ha presentato in anteprima assoluta il progetto!

Fonte:

http://www.corriere.it/italia-digitale/notizie/arriva-italia-refugees-welcome-l-airbnb-profughi-tedesco-ce69f0b4-a7e8-11e5-927a-42330030613b.shtml

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