Siamo tutti bastardi (per fortuna)

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Trump ha recentemente definito “cessi di paesi” tutti quelli che, per gran parte gravitano sotto la linea dell’Equatore e sono popolati da gente non esattamente “bianca”. Noi italiani non potevamo essere da meno. Si sa che importiamo tutto (il peggio) dagli Stati Uniti. Infatti lo ha seguito a ruota Attilio Fontana, già sindaco (ahimè) di Varese. Che poi ha smentito e in seguito riconfermato, da uomo duro qual è, l’ennesima sciocchezza padana: dobbiamo difendere “la nostra razza bianca” dall’immigrazione. La fidanzata di Henry Bolton (il leader dell’Ukip, il partito isolazionista inglese) ha accusato Meghan Markle (la fidanzata del principe Harry), di “macchiare con il suo seme la famiglia reale” in quanto afroamericana. Per non parlare delle continue derive nazifasciste di casa nostra, che tanto fascino suscitano sui nostri ragazzi. Insomma siamo accerchiati da orde di “barbari” (per lo più musulmani) che minacciano di spazzare via la nostra immacolata civiltà.

Ma come si può ancora difendere, all’alba del 2018, la razza bianca?

Se provate a difendere una specificità italiana, etnica o razziale (scegliete voi il termine), beh, tanti auguri: potreste incontrare qualche leggerissima difficoltà.  Così scrive Mattia Feltri su “La stampa” del 17 gennaio. E continua con l’elenco, lunghissimo, di tutte (ma saranno proprio tutte?) le etnie che hanno fatto grande il popolo italiano. Grande proprio perché “bastardo”, miscuglio di geni, crogiuolo di nazioni, melting pot di culture… L’Italia, fin dall’antichità più remota, è un festival dei popoli vivente. E’ indubbiamente il Paese più contaminato, e meno puro, d’Europa. Per fortuna. Altrimenti non saremmo quello che siamo. Essere l’approdo preferito di secoli di migrazioni, fa parte della nostra identità mediterranea. Anzi del nostro DNA.

Facciamo un test? Del DNA

Come parte di una più ampia iniziativa chiamata Dna Journey, ad aprile 2016 il sito di ricerca viaggi Momondo ha invitato 67 persone provenienti da tutto il mondo a partecipare a un progetto, che è stato documentato con un filmato. Le persone hanno accettato di sottoporsi al test del Dna per scoprire di più sulle proprie origini, in questo video http://www.lastampa.it/2016/06/09/multimedia/societa/il-dna-racconta-davvero-chi-siamo-sicuri-di-essere-italiani-al-hKzRlQsagdmxO8vkjpkFSJ/pagina.html  si vede cosa hanno scoperto. Ora 500 persone in tutto il mondo avranno la possibilità di mappare il proprio profilo genetico grazie a quest’iniziativa e quindi scoprire da dove provengono. Una ricerca che, oltre ad avere ragioni commerciali legate all’attività della Momondo, ha anche un evidente intento antirazzista. Volete provare anche voi? Nulla di più semplice. Basta andare in rete e richiedere l’apposito kit.

Magari non fratelli, ma un po’ cugini

Qual è stato il risultato “sconvolgente” del test? Si sa che il nostro DNA è composto per il 50% da quello di nostra madre e dall’altro 50% da quello di nostro padre. Funziona allo stesso modo anche per i nostri genitori. E così via all’indietro nel tempo per tutti i nostri antenati. I risultati di questo test sono stati sorprendenti per tutti quelli che si sono sottoposti all’esperimento. Una donna, in particolare, ha detto che il test dovrebbe essere obbligatorio per tutti, soprattutto per quelle persone che affermano di essere di una determinata nazionalità al 100%. Oppure che esiste una razza “pura” o “superiore” alle altre. Insomma un sacco di str*** che il test del DNA smentisce categoricamente e, soprattutto, scientificamente.

Guardate il video:

http://www.lastampa.it/2016/06/09/multimedia/societa/il-dna-racconta-davvero-chi-siamo-sicuri-di-essere-italiani-al-hKzRlQsagdmxO8vkjpkFSJ/pagina.html

La violenza peggiore è “figlia” di noi genitori

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In questi giorni le cronache hanno registrato due fatti di violenza gratuita e ingiustificata, tanto incredibili a credersi, quanto gravi. Ma poi, come spesso succede, c’è una “buona notizia” (la terza) a riempirci il cuore di speranza.

La prima: ragazzi uccidono un senza dimora per “noia”

VERONA, 11 GEN – È morto bruciato vivo nella vecchia auto che era divenuta la sua casa, ma chi ha appiccato il fuoco – due minorenni – pensava di fargli “solo uno scherzo”. Hanno 13 e 17 anni i due ragazzi accusati dell’omicidio del senzatetto marocchino Ahmed Fdil, 64 anni, trovato carbonizzato nella vecchia Fiat ‘Bravò la sera del 13 dicembre scorso, a Santa Maria di Zevio (Verona). Si pensò inizialmente ad un incidente, una sigaretta caduta nell’abitacolo. Non era così. Le testimonianze dei residenti, che vedevano spesso i due bulletti infastidire il ‘Baffò – com’era soprannominato Ahmed, benvoluto in paese, perchè non dava fastidio a nessuno – hanno indirizzato le indagini dei Carabinieri su una pista ben diversa. Le telecamere di sicurezza hanno fatto il resto. Prima di Natale – ma la notizia è emersa in questi giorni – gli investigatori sono andati a casa dei due ragazzini, un 17enne, e un 13enne, figli di genitori stranieri ben inseriti nella comunità. E poco alla volta hanno fatto emergere il terribile “segreto” che i due s’erano imposti di mantenere. Nessun incidente, nessun mozzicone di sigaretta, ma un omicidio. Toccherà ai giudici stabilire se preterintenzionale o volontario. È stato il 13enne a fare le prime ammissioni davanti al Pm della Procura di Verona. “Era uno scherzo, non l’abbiamo fatto apposta”, si sarebbe giustificato l’adolescente. I magistrati di Venezia dovranno accertare se la versione fornita dal 13enne sia vera. Chi ha visto i due ragazzini infastidire il senzatetto, ha raccontato che spesso gli tiravano sassi, e gli lanciavano i petardi verso la macchina. Potrebbero quindi essere stati dei botti, e non la carta, a far partire il fuoco. (ANSA)

La seconda: una coppia di genitori picchia un prof colpevole di aver rimproverato il loro figlio

SIRACUSA, 10 GEN. – Una coppia di genitori di Avola è stata denunciata dai carabinieri per aver picchiato l’insegnante di educazione fisica del loro figlio dodicenne. L’aggressione è avvenuta nella tarda mattinata di oggi nel cortile dell’istituto Vittorini di Avola dove i genitori dello studente, lui 47 anni, lei 33 anni, entrambi impiegati, si erano recati dopo essere stati contattati col cellulare dal figlio che avrebbe detto di essere stato rimproverato dal docente. La coppia ha aggredito, sotto gli occhi degli altri alunni, a calci e a pugni l’insegnante, costretto a fare ricorso alle cure dei medici dell’ospedale “Di Maria” di Avola che gli hanno riscontrato la frattura di una costola. I carabinieri  hanno avviato un’indagine e al termine degli accertamenti hanno denunciato la coppia con l’accusa di lesioni ed interruzione di pubblico servizio. (AGI)

 

La terza: un papà costruisce a mano una strada per fare andare i figli a scuola

Spinto dalla motivazione di dare un’educazione ai suoi figli, il venditore di frutta indiano Jalandhar Nayak, 45 anni, analfabeta, ha scavato a mano da zolle e roccia una strada di 8 chilometri che va dal suo piccolo villaggio di Gumsahi alla scuola di Phulbani. Per completare oltre la metà del percorso l’uomo ha impiegato due anni, con 8 ore di scavi quotidiani a colpi di piccone, zappa e scalpello per aggirare lo sperone di roccia che costringeva i suoi tre bambini a impiegare oltre tre ore per andare e venire dalle lezioni, in ogni condizione atmosferica. Alla fine la sua impresa è stata segnalata dalla gente del posto a un quotidiano regionale che ha trasformato Nayak in un eroe popolare e, di conseguenza, il governo lo ha premiato con uno stipendio adeguato al lavoro svolto. “I miei bambini avevano difficoltà a camminare sulle pietre – ha raccontato Nayak – Li avevo visti spesso inciampare contro le rocce”. Da qui la decisione di rimboccarsi le maniche e scavare la strada attraverso le colline.

Ci aspetta un compito educativo immane: dare noi, genitori, il buon esempio

Le tre notizie offrono uno spaccato, nel bene e nel male, di quello che possono essere i nostri figli oggi: crudeli e spietati senza rendersene conto (perché forse non ci sono genitori che hanno educato le loro coscienze), viziati “figli di papà” (che usano i genitori come killer al soldo di un boss mafioso), e poveri ragazzi il cui unico sogno è quello di andare a scuola (e poter imparare a leggere e scrivere). Grazie all’impresa eroica di un padre, Nayak, che resterà sempre nei loro cuori (e che a noi, al solo pensiero, mette i brividi…). Probabilmente Nayak non sa nulla di Barbiana, ma don Lorenzo sarebbe orgoglioso di lui (e dei suoi figli).

 

Il 20 gennaio a Ghedi, contro le armi, per la pace

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Il Forum Contro la Guerra – Varese

http://www.forumcontrolaguerra.org/

 

organizza un pullman per raggiungere Ghedi (prov. di Brescia) per la manifestazione del 20 gennaio contro le armi atomiche.

Ecco le info logistiche:

– Costo andata e ritorno 12 euro a persona

– Ore 10:30 Partenza da Tradate (piazza del mercato)

– Ore 11:00 Partenza da Varese (piazzale delle FF.SS.)

– Ore 11:30 Partenza da Saronno (presso Lazzaroni – Ingresso autostrada)

– eventuale altra fermata a Gallarate o Busto Arsizio (nei pressi dell’ingresso autostrada) nel caso ci fossero gruppi consistenti da recuperare.

Fate circolare, per favore ed indicate al più presto le vostre disponibilità a partecipare.

Per prenotare il pullman scrivere a -o contattare- Elio Pagani:

eliopaxnowar@gmail.com

3313298611

Per Aderire alla manifestazione, scrivere a:

forumcontrolaguerra@gmail.com

 

Papa: “Basta fomentare la paura per i migranti a fini elettorali”

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L’Osservatore Romano

 

Siamo ormai in campagna elettorale e mai come oggi risuonano quanto mai attuali le parole pronunciate da Papa Francesco lo scorso novembre per la giornata mondiale della Pace del 1° gennaio. Bergoglio infatti condannava «Quanti fomentano la paura nei confronti dei migranti, magari a fini politici, anziché costruire la pace, seminano violenza, discriminazione razziale e xenofobia, che sono fonte di grande preoccupazione per tutti coloro che hanno a cuore la tutela di ogni essere umano». I migranti, prosegue il Papa, non sono altro che «uomini e donne, bambini, giovani e anziani che cercano un luogo dove vivere in pace». E che per trovarlo «sono disposti a rischiare la vita in un viaggio che in gran parte dei casi è lungo e pericoloso, a subire fatiche e sofferenze, ad affrontare reticolati e muri innalzati per tenerli lontani dalla meta».

Il Papa ci invita dunque ad abbracciare «tutti coloro che fuggono dalla guerra e dalla fame o che sono costretti a lasciare le loro terre a causa di discriminazioni, persecuzioni, povertà e degrado ambientale». Anche se, ammonisce, «aprire i nostri cuori alla sofferenza altrui non basta»: «Ci sarà molto da fare prima che i nostri fratelli e le nostre sorelle possano tornare a vivere in pace in una casa sicura». In tal senso urge «un impegno concreto, una catena di aiuti e di benevolenza, un’attenzione vigilante e comprensiva, la gestione responsabile di nuove situazioni complesse che, a volte, si aggiungono ad altri e numerosi problemi già esistenti, nonché delle risorse che sono sempre limitate».

 

Monito ai governanti

I responsabili della cosa pubblica, aggiunge il Papa, «hanno una precisa responsabilità verso le proprie comunità, delle quali devono assicurarne i giusti diritti e lo sviluppo armonico». A loro spetta dunque un «discernimento» così da «spingere le politiche di accoglienza fino al massimo dei limiti consentiti dal bene comune rettamente inteso, considerando cioè le esigenze di tutti i membri dell’unica famiglia umana e il bene di ciascuno di essi». In questo modo le città, «spesso divise e polarizzate da conflitti che riguardano proprio la presenza di migranti e rifugiati», possono trasformarsi in «cantieri di pace».

Capovolgiamo la prospettiva

Migranti e rifugiati, afferma infatti, «non arrivano a mani vuote: portano un carico di coraggio, capacità, energie e aspirazioni, oltre ai tesori delle loro culture native, e in questo modo arricchiscono la vita delle nazioni che li accolgono». Mutando lo sguardo sarà quindi possibile «scorgere anche la creatività, la tenacia e lo spirito di sacrificio di innumerevoli persone, famiglie e comunità che in tutte le parti del mondo aprono la porta e il cuore a migranti e rifugiati, anche dove le risorse non sono abbondanti».

 

La strategia dell’accoglienza

Ancora, bisogna «promuovere» – scrive Francesco – nel senso di «assicurare ai bambini e ai giovani l’accesso a tutti i livelli di istruzione» al fine di «coltivare e mettere a frutto le proprie capacità», ma anche essere maggiormente in grado «di andare incontro agli altri, coltivando uno spirito di dialogo anziché di chiusura o di scontro». Infine, «integrare» che «significa permettere a rifugiati e migranti di partecipare pienamente alla vita della società che li accoglie, in una dinamica di arricchimento reciproco e di feconda collaborazione nella promozione dello sviluppo umano integrale delle comunità locali».

Parole profetiche quelle di Papa Francesco, che ci interrogano profondamente e scuotono le nostre comunità cristiane troppo spesso appiattite sui luoghi comuni a difesa del “quieto vivere”. Quel “quieto vivere” troppo spesso invocato a sproposito anche dai nostri politici, alla caccia di voti e di consenso.

 

http://www.corriere.it/cronache/17_novembre_24/migranti-l-accusa-papa-si-fomenta-paura-fini-elettorali-8b78bc42-d106-11e7-a924-c9d9ad888b7b.shtml

Un progetto di accoglienza per la nostra comunità

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Tripoli, chiesa di San Francesco

 

Nei primi giorni di settembre alla Caritas parrocchiale si sono presentate due persone: Anthony e Vida Biney, una coppia Ghanese arrivata il 22 agosto in Italia dalla Libia con un visto turistico e il desiderio di rifarsi una vita dignitosa.

Hanno vissuto per 23 anni a Tripoli esercitando la professione di insegnanti in una scuola per stranieri. Negli ultimi tre anni la scuola non ha elargito più gli stipendi e non ha offerto più alcuna garanzia a chi vi insegnava, né agli studenti. Le condizioni di vita in Libia sono molto peggiorate in questi anni, ogni spostamento è divenuto pericoloso e i loro risparmi si sono volatilizzati.

Anthony e Vida facevano parte della comunità cristiano-cattolica di Tripoli dove erano impegnati attivamente, soprattutto come coppia guida nei percorsi di preparazione al matrimonio e nel sostegno ai bisognosi, ma per loro le condizioni si sono fatte via via più difficili, per cui hanno investito gli ultimi averi in questo viaggio in Italia.

La possibilità di ritornare in Ghana per Anthony è complicata a causa della sua appartenenza ad una famiglia importante, coinvolta in faide di potere territoriale, che hanno determinato la perdita del padre e del fratello. Nei due tentativi di ritorno nel suo Paese, ha dovuto scappare per non incorrere nella stessa fine. A lui non interessano queste faide, ma per gli altri lui rappresenta un pericolo.

Poiché non erano a conoscenza delle leggi italiane, appena atterrati a Malpensa, sono andati in un motel dove sono rimasti per alcuni giorni senza sapere come muoversi. Quando hanno incontrato la Caritas parrocchiale ed hanno potuto avere un colloquio informativo, era ormai troppo tardi per una richiesta d’asilo con sostegno, e con il visto turistico non avevano alcun’altra possibilità di rimanere oltre la scadenza. Così dopo vari colloqui e consigli, è stata fatta la richiesta d’asilo, ma senza il diritto di rientrare nel circuito dell’accoglienza.

Attualmente sono ospitati temporaneamente presso una famiglia di Travedona ed attendono il rilascio di un documento che gli consentirebbe di avere il codice fiscale e quindi di fare un contratto di comodato per un piccolo appartamento messo gratuitamente a disposizione da parte di un privato.

Già questi gesti sono un segno di come la nostra comunità si possa attivare nell’accoglienza, in maniera semplice e spontanea e ci invitano a partecipare a questa esperienza fraterna. Visto che non hanno alcun sostegno da parte dello stato, se non a livello sanitario, la Comunità Pastorale e l’associazione “I Care” si sono rese disponibili a sostenere questa coppia confidando anche sulla vostra partecipazione.

Per chi volesse incontrarli può chiamare il 347 95 90 670
Per chi volesse contribuire per il loro sostentamento, potete rivolgervi alla Caritas di Travedona, oppure fare un bonifico all’associazione I Care, indicando nella causale “progetto Anthony e Vida” IBAN IT17X05 0180 1600 0000 1138 1084 Banca Etica.

Tutti uniti contro i fascismi (di ieri e) di oggi

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ANSA

Dopo l’irruzione del Veneto Fronte Skinheads durante una riunione del comitato “Como senza frontiere” e i successivi raid alle redazioni di “Repubblica” e “L’Espresso”, sabato scorso 9 dicembre, si è svolta a Como una grande manifestazione contro tutti i fascismi e per i diritti dal titolo #e questo è il fiore che ha radunato insieme migliaia di persone, tra cui moltissimi giovani.

 

(Duilio Piaggesi)
(Duilio Piaggesi)

“Contro i rigurgiti fascisti e chi inneggia all’intolleranza la miglior risposta è la partecipazione, la solidarietà, l’impegno per i valori della Costituzione. Sono idealmente insieme a tutte le persone che hanno scelto di essere a Como oggi.#equestoèilfiore”. Così il Presidente del Senato, Pietro Grasso, su twitter.

 

ANSA/FLAVIO LO SCALZO

(Duilio Piaggesi)

Una manifestazione bellissima, e necessaria, per tutti gli italiani. Perché sono tanti i valori che ci uniscono, ma quello più profondo è l’antifascismo. Sono stati letti alcuni brani di Calamandrei, Pertini, Fenoglio e Berlinguer.

Un cartello recita “Restiamo umani, restiamo antifascisti”, con fermezza senza urlare. Perché, come sottolinea un caro amico, “l’opposto del fascismo non è il comunismo, ma la democrazia!”

(Foto Andrea Butti-LaPresse)

Francesco, 14 anni studente al linguistico: “Bisogna scendere in piazza in tanti, più che si può. Sennò i fascisti capiscono che siamo in pochi e deboli, si ringalluzziscono, e pensano di poter fare quello che vogliono”. Pietro studia giurisprudenza a Milano: “Lo ius soli è un punto fondamentale di oggi. Vedere bambini nati qui che non vengono riconosciuti come italiani. E noi che non facciamo niente”.

 

ANSA/FLAVIO LO SCALZO
(Duilio Piaggesi)

Se voi volete andare in pellegrinaggio nel luogo dove è nata la nostra Costituzione, andate nelle montagne dove caddero i partigiani, nelle carceri dove furono imprigionati, nei campi dove furono impiccati, dovunque è morto un italiano per riscattare la libertà e la dignità: andate lì, oh giovani, col pensiero, perché lì è nata la nostra Costituzione». (Piero Calamandrei, discorso agli studenti milanesi il 26 gennaio 1955)

https://youtu.be/4yM0KHv5d9o

Domenica 26 novembre al teatro “S. Amanzio” di Travedona “Similmente diversi” per dialogare tra le fedi

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Chiuso il trittico di film sul dialogo interreligioso, “Fedi in gioco” ospita al cineteatro S. Amanzio “Similmente diversi – Come la fede aiuta a cogliere la bellezza della diversità avvicinando popoli e culture”, non una conferenza, ma un modo d’incontrare esperienze di persone che si trovano a vivere in condizioni a volte molto difficili, una posizione di minoranza, culturale o religiosa. Vi aspettiamo

 

Venerdì 24 novembre alla sala “La Marna” di Sesto Calende incontro con le scuole sul tema della violenza contro le donne

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Il nostro progetto, dal titolo LA LIBERTA’ NELLE REGOLE, ha ottenuto un importante contributo da parte della Fondazione “La Sorgente” e avrà come obiettivo di sensibilizzare gli studenti su temi oggi fondamentali come la violenza di genere, il cyberbullismo e la corruzione. Temi nei confronti dei quali gli studenti saranno chiamati a prendere una posizione critica che permetta loro di apprezzare la legalità e il rispetto delle regole, come luoghi in cui sentirsi liberi e non oppressi. Il progetto debutterà venerdì 24 novembre, alle ore 9.30, presso la sala “La Marna” di Sesto Calende con un’importante conferenza dal titolo “La violenza contro le donne”. Interverranno: Marilena Guglielmetti (criminologo investigativo), Nicoletta Romanelli (Psicologa e psicodiagnosta), una donne vittima di violenza seguita dall’associazione “Donna si- cura”, un ufficiale dell’Arma dei Carabinieri.

Art. 3 della Costituzione: “tutti gli uomini sono uguali”

Il progetto, in occasione dei settant’anni della nostra costituzione (li compirà il 27 dicembre prossimo), prendendo spunto dall’art. 3 («Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese») vuole focalizzare l’attenzione su due macro-temi, oggi di grande attualità: la violenza di genere e la corruzione. Problemi che, nella realtà quotidiana, smentiscono clamorosamente l’art. 3. Infatti le vittime, sia di violenza che di ricatti economici, vivono una condizione di debolezza e di sudditanza che le rende particolarmente fragili ai fenomeni criminali. La violenza di genere e la corruzione sono intesi quali aspetti di una medesima modalità d’agire ai fini della sopraffazione del più debole, nonché sintomi di grave fragilità etica e culturale.
Il nostro progetto è di conseguenza diviso in due parti: una prima che avrà come focus la violenza di genere e il cyberbullismo e una seconda che, nella seconda parte dell’anno scolastico, metterà al centro il tema della corruzione e della legalità.

Prossimo appuntamento

Il 5 dicembre, all’auditorium Gavirate, ore 8.45 e, successivamente, ore 11.15, alla sala “La Marna”, Sesto Calende, secondo incontro con le scuole dal titolo “La violenza corre on line”. Intervengono: Paolo Picchio (papà di Carolina, vittima di cyberbullismo), Marilena Guglielmetti (criminologo investigativo), Roberta Donati (associazione “No violenza donna)

Finalità educative del progetto

Il Progetto LA libertà nelle regole vuole responsabilizzare i ragazzi delle scuole sui fenomeni di cui sopra che spesso vengono sottovalutati o minimizzati, amplificandone quindi la pericolosità. Solo una coscienza critica da parte dei ragazzi nell’uso dei social media, nel rispetto delle regole e delle diversità, si potranno contenere, ed eventualmente denunciare, situazioni potenzialmente criminose.

I nostri partner

Partecipano al progetto le seguenti scuole: IC comprensivo “G. Leva” di Travedona Monate, IC “G. Ungaretti” di Sesto Calende, ISIS “E. Stein” di Gavirate, IIS “Dalla Chiesa” di Sesto Calende, altri Istituti Comprensivi dei Comuni dell’Alto Varesotto. Tutte le scuole interessate fanno parte della rete CPL – Centro Permanente di promozione della Legalità con sede presso il Liceo “Crespi” di Busto Arsizio. Le classi interessate saranno le terze delle scuole secondarie di primo grado e quelle delle scuole secondarie di secondo grado. Inoltre: A.C.L.I. di Gavirate, Comune di Gavirate, Comune di Besozzo, Comune di Comerio, Associazione “Donna sicura”, A.N.P.I. di Sesto Calende.

 

Michele, noi di I CARE siamo tutti con te

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Pubblichiamo le lettere che l’amico Michele Gesualdi, già allievo di don Lorenzo Milani e presidente della Provincia di Firenze, nonché presidente della Fondazione don Milani, ha indirizzato dapprima ai presidenti di Camera e Senato e, poi, in risposta a Michele Gigli presidente del “Movimento per la Vita” sulle pagine del quotidiano cattolico “Avvenire”. Pensiamo che il pensiero di Michele, riguardo alla legge sul fine vita, possa essere condiviso da molti di noi, cattolici e non.

Da tre anni la Sclerosi laterale amiotrofica lo consuma, lo «tortura», lo ha trasformato «in un scheletro rigido come se fosse stato immerso in una colata di cemento». Ma la sua mente, i suoi occhi, sono sempre gli stessi. Così, Michele Gesualdi, ha deciso di scrivere ai presidenti della Camera e del Senato, Laura Boldrini e Piero Grasso, e a tutti i presidenti dei gruppi parlamentari, per implorarli ad accelerare l’approvazione della legge sul testamento biologico. Due volte presidente della Provincia di Firenze, storico sindacalista Cisl, Gesualdi è stato uno dei primi sei allievi della scuola di don Milani, a Barbiana. Fu il prediletto di Don Lorenzo, ancora oggi presidente della Fondazione che ne porta testimonianza. «Mio babbo è un cattolico di ferro — spiega la figlia Sandra — aveva scritto la lettera da mesi ma non l’aveva voluta spedire perché aveva paura di creare compassione e soprattutto paura di essere strumentalizzato. Per lui volontà e dignità della persona devono essere al centro di tutto. Ma la sua lettera non è nel modo più assoluto un’apertura all’eutanasia». Michele Gesualdi, nella lettera, racconta il suo dolore e quello dei suoi famigliari. Ripete più volte la parola «tortura».

 

Lettera ai presidenti di Camera e Sentao

Carissimi,
mi chiamo Michele Gesualdi, qualcuno di voi probabilmente ha sentito parlare di me perché sono stato presidente della Provincia di Firenze per due legislature e allo scadere dei mandati sono stato sostituito da Matteo Renzi. Oggi vi scrivo per implorarvi di accelerare l’approvazione della legge sul testamento biologico, con la dichiarazione anticipata di volontà del malato, perché da tre anni sono stato colpito dalla malattia degenerativa Sla e alcuni sintomi mi dicono che il passaggio al mondo sconosciuto potrebbe non essere lontano. I medici mi hanno informato che in caso di grave crisi respiratoria può essere temporaneamente superata con tracheotomia come in caso di ulteriore difficoltà a deglutire si può ricorrere alla Peg (gastrotomia endoscopica percutanea). La Sla è una malattia spaventosa, al momento irreversibile e incurabile. Avanza, togliendoti giorno dopo giorno un pezzo di te stesso: i movimenti dei muscoli della lingua e della gola, che tolgono completamente la parola e la deglutizione, i muscoli per l’articolazione delle gambe e delle braccia, quelli per il movimento della testa, respiratori e tutti gli altri. Alla fine rimane un scheletro rigido come se fosse stato immerso in una colata di cemento. Solo il cervello si conserva lucidissimo insieme alle sue finestrelle, cioè gli occhi, che possono comunicare luce ed ombre, sofferenza, rammarico per gli errori fatti nella vita, gioia e riconoscenza per l’affetto e la cura di chi ti circonda. Se accettassi i due interventi invasivi mi ritroverei uno scheletro di gesso con due tubi, uno infilato in gola con attaccato un compressore d’aria per muovere i polmoni e uno nello stomaco attraverso il quale iniettare pappine alimentari. Per quanto mi riguarda in modo molto lucido ho deciso di rifiutare ogni inutile intervento invasivo ed ho scritto la mia decisione chiedendo a mia moglie di mostrarla ai medici affinché rispettino la mia volontà. Quando mia moglie e i miei figli mi hanno visto ridotto ad uno scheletro dovuto alla difficoltà di deglutire, mi hanno implorato di accettare almeno l’intervento allo stomaco per essere alimentato artificialmente, perché sarebbe stato un dono anche un solo giorno in più che restavo con loro. Questo mi ha messo in crisi e ho ceduto anche per sdebitarmi un po’ nei loro confronti. A cosa fatta, confermo tutti i motivi dei miei rifiuti, che consistono nel fatto che non sono interventi curativi, ma solo finalizzati a ritardare di qualche giorno, o qualche settimana, l’irreparabile, che per il malato significa solo allungare la sofferenza in modo penoso e senza speranza. Per i malati di Sla la morte è certa, e può essere atroce se giunge per soffocamento. C’è chi sostiene che rifiutare interventi invasivi sia una offesa a Dio che ci ha donato la vita. La vita è sicuramente il più prezioso dono che Dio ci ha fatto e deve essere sempre ben vissuta e mai sprecata. Però accettare il martirio del corpo della persona malata quando non c’è nessuna speranza né di guarigione né di miglioramento, può essere percepita come una sfida a Dio. Lui ti chiama con segnali chiarissimi e rispondiamo sfidandolo, come se si fosse più bravi di lui, martoriando il corpo della creatura che sta chiamando, pur sapendo che è un martirio senza sbocchi. Personalmente vivo questi interventi come se fosse una inutile tortura del condannato a morte prima dell’esecuzione. Come tutti i malati terminali negli ultimi cento metri del loro cammino, pregano molto il loro Dio, e talvolta sembra che il silenzio diventi voce e ti dica: «Hai ragione tu, le offese a me sono altre, tra queste le guerre e le ingiustizie sociali perpetrate a danno della umanità. Chi mi vuole bene può combatterle con concrete scelte politiche, sociali, sindacali, scolastiche e di solidarietà». Di fronte a queste parole rimane una grande serenità che ti toglie la voglia di piangere e urlare. Ti resta solo l’angoscia per le persone che ami e che ti amano. Quando mia moglie ha saputo che in caso di crisi respiratoria durante la notte non ha altra scelta che chiamare il 118 e che il medico di bordo o quelli del pronto soccorso possono rifiutarsi di rispettare la volontà del malato e procedere ad interventi invasivi, si è disperata e mi ha detto: «Se ti viene di notte una crisi forte non posso chiuderti in camera e assistere disperata in silenzio a vederti morire. Sarebbe per me un triplice dramma: tremendamente sola di fronte alla tragedia, non poter corrispondere a un tuo desiderio, anche se sofferto da me e dai figli, e l’immenso dolore di perderti». Per l’insieme di questi motivi sono a pregarvi di calarvi in simili drammi e contribuire ad alleviarli con l’accelerazione della legge sul testamento biologico. Non si tratta di favorire l’eutanasia, ma solo di lasciare libero l’interessato, lucido cosciente e consapevole, di essere giunto alla tappa finale, di scegliere di non essere inutilmente torturato e di levare dall’angoscia i suoi familiari, che non desiderano sia tradita la volontà del loro caro. La rapida approvazione della legge sarebbe un atto di rispetto e di civiltà che non impone ma aiuta e non lascia sole tante persone e le loro famiglie.
Michele Gesualdi

Lettera in risposta a Gian Luigi Gigli (Movimento per la Vita)

Gentile direttore,
ho letto con rammarico la posizione di Gian Luigi Gigli (presidente del Movimento per la Vita, ndr) rispetto alla mia lettera inviata a tutti i gruppi parlamentari di Camera e Senato e ai presidenti di quelle Assemblee legislative per implorare l’approvazione della legge sul fine vita. E vorrei replicargli.
«Caro Gigli, sento nelle premesse e nel tono la voglia di sporcare di polemica un grido di dolore e di dignità affinché la politica svolga il suo compito con il coraggio di scegliere. Senza ideologie ma nella consapevolezza, come afferma papa Francesco nella Evangelii gaudium, che “la realtà è superiore all’idea” ed è alla realtà che bisogna guardare ispirati dal valore alto della dignità della persona umana nella sua integrità. Per questo ho implorato i gruppi parlamentari di approvare una legge con la quale si rispetti la volontà del malato colpito da patologia degenerativa senza speranza di guarigione e con la quale non essere torturato con interventi invasivi. Mi risponde parlando di amarezza, di strumentalizzazioni e addirittura del male che il mio appello potrebbe fare ad altri malati. Le sue considerazioni sulla Sla le conoscevo già, naturalmente, e le utilizza solo per dirmi che non vuole una legge. I diritti dei malati e le loro sofferenze reali passano in secondo piano. Sta qui la differenza. Io vorrei una legge a favore di chi soffre e che dia certezze anche ai loro cari, oltre ogni ideologia, lei, caro Gigli, probabilmente “spera di dare una spallata a un iter legislativo messo in forse dall’imminente chiusura della legislazione” e che vada nel dimenticatoio.
Nella mia lettera pongo il caso in cui dovessi essere colpito di notte da crisi respiratoria e il 118 mi porti al pronto soccorso e magari vi giunga in stato di incoscienza: il medico di turno, per non avere noie con l’attuale legge che gli impone comunque di trattare il paziente, può non ascoltare i familiari e rispettare la mia volontà e praticarmi la tracheotomia. La sua risposta è un’opinione, non una certezza. Lo dimostra la posizione di altri medici, che da cattedre prestigiose come la sua sostengono pubblicamente che una legge chiara solleverebbe e aiuterebbe anche loro. Poi mi cita don Lorenzo e il mio essere cattolico quasi per dirmi che i cattolici non devono parlare di queste cose e che la mia lettera può far addirittura del male. Don Lorenzo è stato un sacerdote che ha scelto senza mezzi termini di stare con la Chiesa dei poveri e ha speso la sua vita per dar loro dignità religiosa e sociale attraverso la scuola. Col coraggio di parlare sempre chiaro al mondo cattolico e ai superiori della sua Chiesa fiorentina, mentre non capito è stato mandato in esilio a Barbiana per farlo tacere. Lui ha sempre ubbidito perché aveva scelto la Chiesa per i suoi sacramenti che valevano molto di più delle sue idee. Ma questo non gli ha impedito di parlare sempre chiaramente. Lo ha rivalutato papa Francesco e sono tra quelli che considero il suo papato un gran dono che Dio ha fatto alla Chiesa e all’umanità intera.
Anch’io ho cercato di camminare, per tutta la mia vita, nei binari dei grandi valori cattolici e tra questi c’è la difesa del dono della vita, quindi non mi troverà mai a sostenere o praticare l’eutanasia. Ma nei confronti di quelle creature che non sono sorrette da tali valori e fanno questa drammatica e traumatizzante scelta per accorciare la loro sofferenza dissento con doloroso silenzio perché penso che tra i comportamenti del buon cristiano ci sia quello di mettersi nei panni dell’altro.
Caro Gigli, il male purifica e fa divenire macigni ancora più pesanti le parole del Padre Nostro per la buona condizione della vita : «Rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori… Dacci oggi il nostro pane quotidiano… Liberaci dal male». Siamo inoltre a interrogarci continuamente per capire cosa Dio vuole da noi coi segnali che ci dà. A me ha tolto la parola e mi ha spinto a prendere la penna in mano per continuare a testimoniare ai ragazzi di oggi le scelte coraggiose di don Lorenzo raccontando la sua esperienza. E oggi trovandomi nel dolore dei malati terminali e in quello dei propri cari ho interpretato che dovessi impegnarmi a sollecitare il Parlamento ad approvare rapidamente una giusta ed equa legge sul fine vita. Una legge che conceda dignità di essere umano a me e ai tanti malati, e alle loro famiglie che vivono in solitudine il loro dramma».
Michele Gesualdi

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